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28 febbraio

Gli Uomini visti dal basso (live from PopPorn)

 

GLI UOMINI VISTI DAL BASSO

di Danilo Cipollini

 

 

Gli uomini visti dal basso sono tutta una questione di maschere.

 

Me ne rendo conto stasera, 22 febbraio, mentre inginocchiata e nuda tengo in mano i diciotto centimetri scarsi di un uomo conosciuto poche ore fa..

Alzo i miei occhi puntati dritti davanti a me, alla pelliccia del suo pube, e cerco i suoi. Li intravedo appena, però, nel buio quasi totale di questo salone che indovino arancione grazie al bagliore che proviene da fuori, dal lampione sulla strada.

 

Se guardo su, il suo viso si disfa nell’ombra, i tratti appena accennati sembrano coperti da una spessa maschera di buio. Niente male, quasi eccitante. Potrei mettermi a fantasticare altri visi ed altri corpi, ma avverto nel pene che ho in mano una certa impazienza e mi dico che forse non è il caso.

 

Quindi, iniziamo.

 

Al primo tocco delle labbra su di lui, sento nettamente il tremito dei muscoli della sua schiena che si rilassano, tutti insieme.

E’ incredibile, quanto imponente, quanto grande possa sembrare un uomo visto dal basso. Il suo metro e settantotto d’altezza mi sovrasta di una spanna anche quando siamo in piedi, ma visto da qui, mentre sono inginocchiata, con le ginocchia un po’ doloranti, la fica che diventa sempre più umida, sembra gigantesco.

 

Eppure,sono io che comando il gioco. Mi basta smettere di succhiare e lo vedrò sgretolarsi e i suoi occhi pieni di buio elemosinare ancora

                                                                       E ancora

                                                                                              E ancora

 un contatto fra di noi.

 

E non sarò certo io a negarglielo, quindi allargo ancora le labbra e lascio la punta di lui a scivolarmi sul palato,  mi fermo un attimo prima che diventi troppo e mi chiuda la gola, la mia mano tiene forte la base del pene e la scuote appena, ogni tanto scivola verso il basso e gli massaggia, piano, i testicoli.

Sento le mani  di lui salire dalle mie spalle e spostarmi i capelli, non con la voyeristica mania di tanti uomini che vogliono guardarti in faccia mentre, priva di ogni effettiva gratificazione fisica, ti affanni per dar loro tanto piacere... no... Il mio  uomo mascherato di buio lo fa con dolcezza, come se davvero ci tenesse, per evitare che mi coprano il viso o mi diano fastidio, per non causarmi ulteriori disagi... Non me lo sarei aspettato, visto l’egoismo con cui mi ha presa e spogliata, in piedi, appena davanti all’ingresso di casa sua.

E’ un gesto dolce che mi fotte, non il suo pisello. Questa gentilezza, la tenerezza che nel buio intravedo nei suoi occhi, mi eccita più del suo cazzo. E con la mano libera scorro fra le mie gambe, e inizio a toccarmi.

Mi sento stupida e mi viene da arrossire, improvvisamente mi sento vulnerabile, sento un calore forte al viso e immagino la mia faccia diventare rossa, e lui che la guarda.

Mi sorprendo a sperare che il buio stenda su di me la stessa maschera indulgente che poco fa ho visto su di lui...

 

Ma non faccio in tempo a finire il pensiero.

 

Un gemito, il suo pene che esce dalla mia bocca, un fiotto caldo sul viso.

Qualcosa di caldo e viscoso cola giù dalla fronte, si divide sul naso, circonda gli occhi, inonda gli zigomi.

Alla mia maschera ci ha pensato lui.

 

Posso arrossire in pace, ora.

18 settembre

Ho visto Stella cadere.

 

Ho visto Stella cadere.

di Danilo Cipollini

  ...save me..

 

Se ci fosse un interruttore che ti spegne, giuro, lo userei.

Bastasse premere un bottone per dimenticare e ricominciare da capo, non ci penserei un secondo.

Non c'è metodo per sollevare ciò che muore, è vero, ma ho scoperto che anche uccidere ciò che ancora vive è tutto fuorché facile.

In tutto questo, nonostante tutto questo, tu mi chiedi di aspettare.

 

Sono seduto a Corso Buenos Aires, nella tua Milano, davanti a me passa una modella che fuma elegantemente una sigaretta e, svogliata, occhieggia le vetrine.

Andrea G. Pinketts, nei suoi libri, ne ha descritte tante delle modelle di Corso Buenos Aires, ma tutte mute. Tutte oggetti, Veneri di nicotina e fard, abili per lo più al piacere dell'uomo o da tenere buone per l'alcolismo.

Io oggi vorrei dar loro la possibilità d'un riscatto, farle finalmente parlare, Cristo, che qualcosa avranno pure da dire.

Così prendo Ingrid (questo è il nome che le ho dato) e di lei, più che il culo nudo, immaginerò la mente.

Torniamo allora dalla nostra Ingrid, che cammina elegante ma non troppo, sui tacchi aguzzi come pugnali, le gambe lunghe dalla pelle chiara che filano, strette, sul marciapiede coperto di mozziconi, il vestito nero che svolazza poco intorno alle ginocchia nude.

Un tacco si impunta e l'andatura quasi elegante si scompagina un secondo, Ingrid piega sulla destra, sembra quasi che cada, magnifica quercia tradita da un minuscolo taglialegna, ma si riprende, tiene duro spingendo sui lombi allenati e nello spazio di due metri riprende postura e eleganza.

Unico segno tangibile della quasi-caduta, fra le sue dita è scomparsa la sigaretta, che ora rotola sul selciato lasciandosi dietro piccole colonne di fumo.  Sibila “Merda”, con un forte accento del nord Europa (Norvegia, Danimarca forse, ma più probabilmente Svezia), riavvia con la mano il fatale caschetto di capelli rossi e fulmina in basso con lo sguardo la traditrice di carta e tabacco che lentamente muore a terra, nell'indifferenza generale.

Lentamente muore anche Ingrid, muore dentro da un mese, da quando Stella non c’è più.

Stella che le illuminava il cuore, Stella modella, anche lei, che vive a Roma in una casa dalla quale, certi giorni, si sente l’odore del mare. Stella sorella, stesse esperienze, stessa sorte, stessi timori, stessi incubi di plastica. Stella gemella, quasi, per quanto forte, e bello, era il loro amore. Stella che era così diversa da lei, così razionale, così calcolata, Stella che amava in piccole cose e rifiutava i gesti teatrali. Stella che un giorno ha detto “Qui non c’è più nulla che possa darti. Vorrei che non ci vedessimo più.” ed è partita, sparita, Stella che è caduta, confus, dice, e dice che ora no, ora si deve ricostruire, ora non si può più.

Ingrid alza gli occhi e mi guarda. Non guarda verso me, guarda Me. Non servono parole perchè viviamo nello stesso dolore, un mondo a parte in cui tutti gli altri ci sono ma sono ovattati, lontani. Si avvicina con lo sguardo più vero che mi riesce di immaginarle in faccia e accendendo un’altra sigaretta mi dice solo “ Ho visto Stella cadere”. Poi si siede accanto a me sulla panchina di legno e per un po’ stiamo zitti. Sigaretta lei, sigaro Toscano io. Zitti, che a parlare ci pensa già Milano. Passano un paio di minuti quando si volta e mi fa “Piacere, Ingrid”. Non le regalo il mio nome ma tiro un’altra boccata e le chiedo “Ha fatto male?”, come se non conoscessi già la risposta.

“Lo sai che fa male”.

“Già, ne ho una vaga idea”. Sorrido.

“Io ho idea che tu sei qui per lei”, mi fa.

“No..cioè si... cioè Ingrid non lo so, davvero. E’..assurdo, è incredibile come la confusione di un altra persona... poi può diventare la tua.”.

Segue silenzio imbarazzato e amaro che ci lascia il tempo per fumare il fumabile.

Quando la punta del Toscano è così corta che il calore mi brucia le labbra a ogni tiro, lo butto.

Devo essere proprio conciato male se una bella donna in crisi d’amore mi abborda per conforto e non per un amplesso di un paio d’ore.

 

E all’unisono, all’improvviso, gli occhi fissi sull’asfalto, diciamo “Se ci fosse un interruttore...”. E ci fermiamo, sorridendo per quel pensiero diviso a metà, le faccio segno di continuare lei, anche se questa frase la conosco già. Spegne lentamente il sorriso e dopo un istante “Se ci fosse un interruttore”, ripete, “per spegnere i pensieri, lo avrei premuto un mese fa.”.

Stràli di fritto vengono scoccati dal Mc Donald’s qui davanti, ora che il sigaro non mi protegge più con la sua cortina densa di fumo arrivano tutti a segno.

Ingrid mi chiede l’età e quando gliela dico scuote la testa e non ci crede. Mi sfida alla prova e le passo la carta d’identità per difendere quel che ho detto, manco fosse un carabiniere. E in effetti è furba, troppo furba per essere un carabiniere, perchè con questa mossa ha scoperto non solo l’età ma anche il mio nome.

“Sembri più grande, Danilo... Sei invecchiato in fretta”.  Colpa della boxe e di una donna, dico io.

“Ognuno ha la sua Stella da guardare cadere”, rincaro la dose.

Stringe i pugni e si alza di scatto, fa per andarsene, si volta dopo un paio dei suoi lunghi passi eleganti e mi dice “L’assurdo è che dopo averla vista cadere, l’unico desiderio che riusciamo a esprimere è che torni presto al proprio posto”.

 

Poi si volta e se ne va, lasciando scivolare dalla borsa quello che sembra un biglietto da visita, guardandolo mentre plana quel tanto che basta a farmi capire che è un caso.

Si allontana a passi veloci. Splendida.

 

Guardo il biglietto dalla panchina e non lo raccolgo. Vado via, accendendo un altro Toscano.

 

Dopo aver visto cadere una Stella, chi guarderebbe cadere un biglietto?

11 settembre

Pugni

 
PUGNI
di Danilo Cipollini
 
...a B. e alla vita.
 

 

 

Spogliatoio non è solo un sostantivo singolare maschile. E’ un sostantivo singolare maschio. E’ come Rasoio, oppure Coltello, che ne so.  Giornale, o Teatro, non fanno lo stesso effetto. Quelli sono solo sostantivi maschili, semplici, pura distinzione di Genere.

Spogliatoio, invece... Spogliatoio è Uomo, non solo Maschio, porta con se’ immediati ricordi di odore aspro di  sudore, e candeggina, e dopobarba da due soldi. Porta idee di muri e macchie gialle, di orinatoi, di asciugamani umidi.

 

Sauna, invece... beh Sauna è femminile e femmina. Calda, umida e avvolgente...più Femmina d’una sauna non c’è davvero niente.

Dalla sauna sfilo un asciugamano che ci ho lasciato dentro qualche minuto e caldo e bagnato me lo appoggio sul collo per rilassare i muscoli. Poi mi siedo sulla panca di legno, i gomiti poggiati sulle ginocchia, lo sguardo fisso verso il pavimento bianco chiazzato, e resto in silenzio in questo spogliatoio mascolino e asettico a lasciare che il sudore mi scorra addosso. Sento le gocce scivolare dalle tempie e scorrere verso il naso, rigare gli zigomi, fermarsi a giocare qualche secondo sulla punta del naso e poi cadere a terra. Nel silenzio che c’è, ogni goccia che cade sembra un’esplosione.

 

Mi concedo un quarto d’ora di tranquillità ogni volta che devo salire sul ring. Non che siano grandi incontri, i miei... non sono un pugile professionista. Sono poco più che allenamenti con qualche amico. I pugni, però, sono sempre veri. In uno sport come la boxe il concetto di allenamento ha una valenza relativa... quando giochi su un terreno le cui regole sono distruggere l’essere umano che c’è davanti a noi, non c’è modo di edulcorare la realtà. Non puoi chiedere a un pugno di non stenderti, o di non farti male.

L’orologio segna le 22, è ora di andare di là. Stendo la mano lentamente alla mia destra e afferro le fasce per prepararmi a salire sul ring.

 

Di tutti gli strumenti che la boxe ti costringe a frequentare, le fasce sono senza dubbio le mie preferite.

Due metri e mezzo di poliestere e cotone, con un anello di stoffa da un lato e un cinturino di velcro dall’altro.

La fascia rende un pugno duro come un sasso. Protegge la mano, stringendo le nocche per evitare che si allarghino e indurendo il polso, evitando che si pieghi e subisca sforzi inopportuni e traumi conseguenti.. Al tempo stesso, comprime e stringe ossa e carne in un unico cono rigido, rendendo un pugno uno strumento perfetto.

Ma non è solo perchè sono utli che mi piacciono... Ci vedo dentro qualcosa di sacro, un retaggio del passato. Gli antichi sacerdoti greci indossavano fasce prima di officiare i riti per gli Dei. Quelle bende venivano conservate e difese anche con le armi, se necessario. Era da quelle fasce che quegli uomini sacri prendevano la loro forza spirituale.

Su un altare ben più profano celebro il mio, di sacrificio.

Comincio così il mio rito pagano, afferro la prima fascia, fisso l’anello alla base del dito medio e inizio a farla girare. Tre giri ben stretti intorno alle nocche, poi scendo gradualmente e inisto sul polso,

Tredici giri e la mano è pronta. Altri tredici, e sono pronto ad andare.

Le mani si fanno compatte, e le senti appesantirsi, e contemporaneamente le senti come se fossero invicibili.

Prendo i guantoni, li metterò solo all’ultimo momento.

Mi alzo e cammino veloce fuori dallo spogliatoio. Come al rallentatore spingo lo sguardo fuori dalla porta mentre la apro. La luce del corridoio mi cattura e non penso più a niente.

Dal momento stesso in cui sono fuori di qui, è già boxe.

 

 

Quattro ore dopo, sdraiato nel mio letto, fisso il soffitto respirando piano. La luce filtra dalle persiane semichiuse, e illumina di strisce tenui tutta la stanza, rendendo il nostro mondo zebrato. Sento caldo sulla spalla, su cui scendono i tuoi riccioli biondi, ma è una splendida sensazione. La tua testa ha trovato un appoggio comodo fra spalla e petto, e senza guardarti posso sentire il tuo corpo muoversi al mio fianco. Sollevi una mano con un gesto lento, e bellissimo, e la porti sul mio naso un po’ ammaccato dall’incontro di stasera.  “A lui è andata peggio”, ti dico. Sorrido piano e tu ti giri a guardarmi. Mi baci per impedirmi di dire altre cose fuori luogo. E io sorrido un po’ più forte, perchè è proprio questo che mi piace, di te.

Lascio penzolare la mano sinistra fuori dal letto finchè non artiglio la scatola dei sigari e l’accendino. Accendo un mozzicone di Toscano – quella di fumare a letto è una pessima abitudine che ho preso da poco – e soffoco un colpetto di tosse quando la prima boccata di sigaro mi secca la gola come se fossi in pieno deserto. La tua mano mi scorre sul petto e poi inizia a scendere verso l’addome. All’ombelico si ferma e torna su, con un movimento circolare, risalendo dall’altra parte del busto, e ricominciando. Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, tredici volte.

Ed è lì che finalmente è tutto chiaro.

Non credo troppo nel destino e ho tanta fantasia. Per questo ho capito che tu sei le fasce della mia vita. Come la fascia impedisce al pugno di farsi male e lo rende più forte, tu stai facendo la stessa cosa col mio cuore. Quelle tredici carezze mi hanno fatto capire che si, è proprio così.

Chiudo gli occhi e spengo il sigaro in un bicchiere. Sfrigola un po’ a contatto con l’acqua, è il rumore di un istante ma nel silenzio lo si sente bene.

Non ti guardo e mi chiedo che rumore farà un cuore che diventa più forte.

08 settembre

Lettera da lontano

 
di Danilo Cipollini
 
 

 

“Te lo sei mai chiesta, tu, perchè per me leggere è così importante?

T’è mai venuto in mente o hai sempre e solo pensato “che bello, il mio uomo ha tanta cultura!” ... e non hai mai capito un cazzo?

 

Leggere è roba per psicologi. E’ una malattia, una forma d’ossessione. C’è chi si attacca alla bottiglia. Chi si masturba compulsivamente. Chi si fa un buco in vena o una striscia di polvere bianca.

Io leggo.

Leggo perchè un libro dà senza chiedere. Lascia spazio all’interpretazione, difficilmente fa male.

Leggo per scappare un po’ dalla vita, che non mi piace, neanche un po’.

L’ho sempre vista troppo complicata, la vita.

Eppure tutti mi dicono che la vivo bene. C’è chi mi invidia, addirittura – in vi dia!- la mia vita.

Pare sia una merce che va forte.

C’è chi farebbe a cambio anche subito, così, su due piedi, contento dell’affare e convinto di averci guadagnato.

 

Io invece certe volte sto così male.

Io la cambierei, la spezzerei, ‘sta vita. Gli cambierei la faccia e il culo.

Partirei da me, perchè si comincia sempre dall’inizio. E poi proseguirei. Passo dopo passo, smantellerei ogni mattone che la compone. Lo girerei, lo luciderei, lo accomoderei a colpi di martello, aggiustandolo con la sega, picchettandolo di chiodi nuovi.

L’ultimo passo è una mano di colore, per accordarla all’umore e a quel che si muove dentro.

 

Quando sei arrivata tu, ho esultato. Avevo visto in te la persona che cercavo, quella che m’avrebbe dato una mano a cambiarla, finalmente, la vita. A ridipingerla coi colori miei.

La persona che, finalmente, capisce e comprende, supporta e protegge. Prende in mano il martello e accomoda con me le pietre sbèccate.

Il punto fermo su cui far ruotare l’universo che mi si espande dentro.

 

Non sono ancora passati 500 giorni da quando sei qui.

E già, sei la prima cosa che cambierei, di questa vita.”.

 

 

Non rilegge, piega il foglio in quattro, lo infila nella busta da lettere. Si sfila la sigaretta dalle labbra e la appoggia nel portacenere mezzo pieno, s’inumidisce un dito con la poca saliva rimasta e poi lo strofina sulla colla secca all’interno della busta. Chiude, sigilla, aspetta un secondo.

Penna di nuovo in mano, scrive sul dorso bianco e liscio della busta  le dodici lettere d’un nome e cognome, poi le ventitre di un indirizzo.

Guarda la missiva,  soddisfatto.

 

Poi ci avvicina la sigaretta e aspetta che prenda fuoco, e bruci completamente, lasciandola a morire nel portacenere.

05 luglio

Tornare a Philadelfia

di Danilo Cipollini
 
( A Charles)
 
 

L’aereo si trascina ancora un po’ sulla pista, ma adesso va molto lento, quasi a passo d’uomo, quindi s’è attenuato il fruscio dell’aria intorno alle ali e alla carlinga e si sente più distintamente il picchiettare delle gocce di pioggia sulla lamiera. E’ una pioggia non troppo fitta, anzi piuttosto rada, ma di gocce grosse e pesanti.

Pensa che sono pesanti come pugni e un po’ sorride.

Pioveva a Miami quando è partito. Ha piovuto per quasi tutti i 1200 chilometri , da Miami a Philadelfia, che l’aereo ha percorso, in circa 8 ore.

 

Sui sedili di un aereo di linea, due uomini. Uno è Jack McKinney, giornalista e scrittore, bianco.

L’altro non sa scrivere, non sa leggere, è nero, ed  è l’uomo più felice del mondo.

 

E’ così che lo vedo, Sonny Liston, nella mattina del 27 settembre 1962.

Liston era reduce da quelli che possiamo definire, senza dubbi, i due minuti più importanti della sua vita. Due minuti e sei secondi, per l’esattezza, il terzo KO più veloce della storia della boxe in un incontro per il titolo dei pesi massimi. Lo sfortunato co-protagonista è stato Floyd Patterson, campione dei pesi massimi uscente.

Anzi, uscito.

 

Due minuti e sei secondi sono un tempo ridicolo. Eppure, hanno avuto un significato straordinario, storico, mondiale, in almeno tre dimensioni: una dimensione sociale, una dimensione morale, una dimensione privata.

 

Per capire davvero questa cosa, dobbiamo sforzarci di tornare al 1962, all’America di quegli anni. Ai primi veri problemi razziali. All’aria preparatoria dei sit in di protesta. Ai Martin Luther King, ai Malcom X (che sarebbero arrivati qualche anno dopo, in realtà), al Ku Klux Klan che invece già c’era e ogni tanto linciava un nero, da qualche parte.

Nel 1962 una persona di colore è ancora un negro. Non nel termine dispregiativo che gli si attribuisce oggi.

Negro e basta, perchè per disprezzare qualcosa devi riconoscerla, e l’America, nel 1962, i negri si sforza di non riconoscerli.

Non stanno ancora facendo davvero casino. I negri stessi hanno appena realizzato che vogliono essere riconosciuti.

 

Se sei negro e sei nell’America del 1962 hai solo due modi per provare a farti riconoscere: integrarti o emarginarti.

Scontrarti, la terza via, verrà dopo. Ma quella è un altra storia, e come ogni grande storia ha altri personaggi, primi su tutti Malcom X e Cassius Clay.

 

Beh, in questo scenario è il caso di presentare gli attori, per capire meglio il dramma :  sul ring di Miami, all’angolo destro il campione, Floyd Patterson.

Patterson è un pugile, è nero, è Campione del Mondo dei pesi massimi, ed è un integrazionista. Come quasi tutti i pugili ha avuto un’infanzia incredibilmente difficile, ai margini della società, e ne è uscito grazie alla boxe.

Sempre educato, mai sopra le righe, rispettoso dei regolamenti e degli avversari, ha sempre parlato bene di tutti. Cattolico osservante, ha comprato casa in un quartiere per bianchi benestanti della sua città e s’è ostinato a provare a viverci per oltre sei mesi, sei mesi di angherie e soprusi sopportati silenziosamente da lui e dalla sua famiglia prima di decidere, a malincuore, di traslocare fuori da quel bel quartiere bianco. Fuori, ma ai limiti. Vicino. Appena fuori, nel primo posto disponibile dove un nero potesse vivere in prossimità di un bianco. Perfettamente in linea con la vita di uno che di se stesso diceva  “Non sono un grande campione. Sono solo un campione.”

 

Nell’angolo opposto, 184 centimetri per 98 chilogrammi di peso, lo sfidante: Charles L. “Sonny “ Liston,  uno che ha scelto l’altro modo.

S’è emarginato.

Liston è nato in una palude vicino Saint Luis, in un giorno non meglio precisato, tanto che la sua età ufficiale verrà stabilita arbitrariamente, e probabilmente era di almeno 4 anni inferiore a quella vera. Ha conosciuto la frusta di suo padre e le piantagioni di cotone a 7 anni e non ha smesso per un bel po. Sulla schiena gigantesca porta ancora i segni di quegli anni. Non sa scrivere, praticamente non sa leggere, è stato in galera un paio di volte per furtarelli minori e l’ultima, nel 1949, per rapina a mano armata. L’arma in questione era la mano stessa, si può dire, un pugno dal diametro di 40 centimetri che aveva quasi ammazzato il titolare d’una pompa di benzina.

Liston la boxe l’ha imparata in carcere, e grazie alla boxe è uscito dal carcere dopo un anno anzichè dopo quattro.

Ha lavorato come operaio e come sfasciateste mentre combatteva gli incontri da dilettante, poi è stato un brillante pugile professionista, una promessa, e adesso è arrivato a disputarsi il titolo mondiale.

E’ noto per essere il puù brutale peso massimo mai esistito. I suoi pugni, chiunque li abbia provati, non se l’è dimenticati mai più.

 

La boxe in America nel 1962 è quello che in Italia oggi è il calcio: un po’ più di uno sport. E’ una fede, è un grande psicodramma collettivo che fa sudare milioni di persone. E milioni di persone erano dalla parte di Patterson. Praticamente tutti, ogni singolo uomo, bianco o nero che fosse, che si interessava di boxe, sperava che vincesse Patterson.  Eccola, la dimensione sociale di quell’incontro.

I neri amavano Patterson, perchè lo vedevano come un punto d’arrivo, un negro quasi integrato (e quasi, all’epoca, era già molto). I bianchi sopportavano Patterson ma soprattutto odiavano Liston. Liston era il negro che tormentava i loro sonno, era lo stereotipo dell’uomo cattivo che poteva stuprare tua figlia o rubarti la macchina. Patterson era, decisamente, il male minore. Persino il presidente degli Stati Uniti d’America, un tale di nome John Kennedy, tifava per Patterson. Nella sua idea, però, spariva il concetto di Negro e rimaneva solo Buono o Cattivo. Tifava Patterson perchè era un buon esempio, mentre Liston era un cattivo esempio. Questa era la dimensione morale, il Presidente la incarnava dando voce al pensiero dell’intera Nazione.

 

E mentre Patterson veniva deformato dai colpi devastanti di Liston, in quei due minuti e sei secondi, tutti quei milioni di persone soffrivano insieme al Negro Buono che veniva malmenato dal Negro Cattivo.

Erano tutti troppo concentrati a osservare lo spettacolo triste dei loro sogni che andavano in frantumi per accorgersi che su quel ring, in quel preciso momento, stava accadendo un miracolo.

Un’autentica illuminazione prematura, un Battesimo, una Rinascita. Sonny Liston, l’Emarginato, in quel preciso momento vedeva, nei suoi pugni, una possibilità per essere diverso. Per non essere più emarginato. Una svolta nella sua dimensione privata.

 

Scese dal ring e iniziò a parlare bene di Patterson. A difenderlo come pugile e come uomo. Disse di essergli grato per l’opportunità che aveva avuto di combattere con lui e per le belle parole che gli aveva rivolto, di voler essere il Campione della gente. Disse di voler essere un cittadino modello, di poter essere un esempio per i ragazzi che volevano avvicinarsi al suo sport.

Ma più di tutti, Liston dentro di se sognava di sentirsi, finalmente, amato. Ora che aveva dimostrato di essere il più forte, credeva che la gente potesse iniziare a trovarlo, almeno un po’,anche simpatico.

E s’immaginava la scena del suo arrivo a Philadelfia - era il primo campione dei pesi massimi che mai avesse vissuto in quella città-  la gente che lo acclamava all’aereoporto, le Cadillac in fila ad attenderlo per un corteo trionfale, in mezzo alla gente, sul le rive del fiume Delaware che divide la città in due, e poi veloci a bere, in qualche sala, in qualche night, a bere con gli amici e con la gente che lo vede e lo riconosce e lui saluta, stringe mani, abbraccia bambini, racconta quei suoi due minuti e sei secondi, così come li ha visti solo lui, il Campione...

Liston vedeva crescere davanti a se l’antitesi della sua vita precedente. Sentiva d’essersi fatto strada a forza di pugni, di essere uscito dalla fogna in cui era nato e finalmente vedeva il cielo, lì, a portata di mano, a poche ore di volo da dove si trovava.

 

Così quando l’aereo smise di rollare e si fermò, Liston si alzò con un gesto lento e misurato. Non voleva tradire l’emozione immensa, non voleva sfigurare davanti al suo pubblico. Si sforzò di non guardare fuori, di non cercare di decifrare quanta gente lo aspettasse sbirciando attraverso i vetri bagnati di pioggia.

Raccolse dalla cappelliera sopra il suo posto un vistoso cappello a tesa larga, con una piuma rossa , che aveva comprato a Miami apposta per l’occasione.

Alle sue spalle Jack McKinney lo seguiva, con un velo di tristezza negli occhi, come fosse stancheza, come fosse mancanza di sonno.

 

Attese che la porta s’aprisse e che qualche passeggero scendesse prima di lui, poi si fece forza, e Charles “Sonny” Liston, l’uomo più forte del mondo, il Campione, gonfiò le spalle già grosse come cocomeri e fece il passo che lo separava dalla scaletta.

E rimase di ghiaccio.

Sulla pista bagnata fradicia, qualche inserviente dell’aereoporto sbrigava le normali operazioni aeroportuali. In lontananza s’intravedevano un paio di persone che attendevano gli altri passeggeri del volo, e che si allontanarono in fretta appena i loro cari li raggiunsero. La pioggia prese presto a infradiciargli il cappello e il gessato. Rimase ancora qualche secondo fermo, immobile, poi deglutì vistosamente, chiuse appena gli occhi e mormoro fra se “Oh.... Beh.”.

E stringendosi nelle spalle si avviò verso casa.

 

Sonny Liston non cambiò vita. Continuò a avere guai con la legge, a ubriacarsi, a frequentare prostitute all’insaputa di sua moglie Geraldine, l’unica donna a averlo mai definito “Un uomo buono, premuroso e protettivo”. Continuò a gicoare d’azzardo e a guidare ubriaco. Continuò a essere il negro cattivo e l’emarginato, anche se nella sua vita guadagnò milioni di dollari, la storia non cambiò mai: fu sempre un emarginato anche quando in giardino aveva parcheggiate due cadillac.

 

Morì giovane e solo, dopo aver venduto due incontri per il titolo contro Alì, in circostanze misteriose e mai chiarite. Morì a denti stretti, come se gli fosse rimasta strozzata in gola la parola “Bastardi”.

 

Non tocca a nessuno di noi giudicare la vita di un altro uomo. Quindi, non so se è giusto parlare di “colpe”. Ma, se proprio è di colpe che vogliamo parlare, non me la sento di dire che la colpa fu tutta sua.

 

La colpa è sicuramente delle sue origini, di un padre ignorante, della povertà, della mancanza d’istruzione. Ma, sopra ogni altra cosa, la colpa è di Philadelfia. In quel momento la gente, ogni singola persona, aveva il potere di cambiare la vita di quell’uomo. Magari sarebbe bastato che all’aereoporto fosse andata una famiglia, magari che ci fosse stato un bambino a stringergli con le manine quella grossa mano nodosa, e la vita di Liston sarebbe cambiata. L’indifferenza e la diffidenza di quella gente, dei Bianchi ostili per paura dei Neri e dei Neri latitanti  per paura di quel che i Bianchi ne potessero pensare, condannò quell’uomo a essere solo per sempre.

 

Ognuno di noi ha la sua Philadelfia. Può essere una donna, un amico, l’affetto di un cane, o tornare a casa una sera e trovare una festa a sorpresa, o tua madre che ha cucinato il tuo piatto preferito. C’è  una Philadelfia ogni giorno, ogni giorno da qualche parte si nasconde la possibilità di cambiare. Di salvarci, di dire addio al Sonny Liston che riposa in noi e prenderci la nostra piccola, quotidiana, rivincita sulla vita.

 

Fuori il sole di Luglio brucia tutto e infiamma l’aria. Se guardi i tetti delle case, il riverbero delle antenne e dei lucernai ti acceca un po’. Preparo il sigaro che sto per accendere e mi domando chi è la mia Philadelfia. Per chi sono stato Philadelfia io. Per chi magari lo sarò. Mi domando quand’è che sono andato all’aereoporto, e quando invece me ne son fregato.

 

E tutto a un tratto mi sento Sonny Liston, grosso e goffo, un elefante in una cristalleria. Sento sulle mie spalle il peso di una giornata che è appena a metà, e già vorrei fosse finita.

Con me, oggi, Philadelfia non è stata clemente. Pioggia calda e delusione, compagne nell’attesa del prossimo eterno round.

01 marzo

Ode all'Amarezza

 

di Danilo Cipollini

 

 ...all'amarezza, che ha un nome e un volto.

 

 

 

Vado a letto sempre tardi, anche quando non vorrei.

Sempre più tardi, per l’esattezza.

Prima, per addormentarmi, leggevo qualche riga. Poi ho scoperto che non mi conveniva, perchè il libro mi rapiva, e le ore si allungavano, anzichè accorciarsi.

Allora ho studiato un modo nuovo... non è che proprio mi concilii il sonno, no, ma è un modo diverso per sfinirmi e farmi spegnere il cervello. L’altro, ho scoperto, è fare l’amore. Ma non è tempo d’amore, questo.

Così ogni notte mi stendo nel mio letto. Spengo la luce sul comodino, mi tiro le coperte fin sopra la testa.

E costruisco.

 

Si, io costruisco. Edifico, pian piano.

Il soggetto è quasi sempre lo stesso... Nel buio, nel tepore, inizio a mettere in fila i mattoni della mia casetta in riva al mare.

E’ la cosa più privata che ho. La custodisco gelosemente, perchè un po’ me ne vergogno.

 

 Sarà che è un desiderio un po’ retro’, un po’ sessantenne, un po’ Italia anni ‘50.

 

Da un giovane uomo che ha da poco superato i vent’anni, una cosa del genere non se l’aspetta nessuno. C’è di che scandalizzarsi.

Niente fama, niente gloria. Niente vizi. Niente lussuria, nè gola.

Lasciato solo coi miei desideri, tutto quel che mi viene da fare è costruirmi una casa in riva al mare.

 

E io la vedo, e costruisco.

Impilo file e file di mattoni. Intonaco, coloro, scelgo tegole, porte, finestre.

 

Non è che sia sempre tutto uguale.. cambia. Cambiano i colori, una volta qua c’è una finestra una volta no..la casa non è sempre la stessa. Qualche differenza c’è sempre. Però più o meno si somigliano tutte, le mie case in riva al mare.

 

Mi sento l’esatta metà fra un muratore e un direttore d’orchestra, con la camicia rimboccata sui bicipiti, che costruisco solo muovendo le mani con decisione, neanche stessi dirigendo la Turandot.

 

Ed è fantastico che io non sia sporco di cemento, è magnifico che il tutto vada a una velocità supersonica e che in men che non si dica la casa sia finita.

E che subito inizi a invecchiare.

 

Mi fermo solo un attimo appena sento di aver compiuto il lavoro, mi scrollo via due ipotetiche gocce di sudore dalla fronte, e approfitto della pausa per far sbocciare, piano piano, l’ambiente tutto intorno.

 

Il pino marittimo grande accanto al muro di cinta. La siepe di girasoli piantati in un angolo (qualche volta li vedo belli freschi, qualche volta invece bruciati dal sole). La panchina scura, in ferro battuto, o in legno, più raramente. Quasi sempre appoggiato alla panchina c’è un paniere in vimini, di quelli piccoli, col coperchio. Puzza un po’ di pesce, come se fosse stato lavato e messo lì ad asciugare dopo aver custodito i frutti d’una qualche battuta di pesca.

Ogni tanto il panierino ronza del rumore di una vespa che gli gira intorno.

Ogni tanto c’è una qualche lucertola che striscia sul muro assolato per scaldarsi la pancia.

Ogni tanto non ci sono i girasoli, e al loro posto c’è un cavalluccio di legno tutto mangiato dalla salsedine, che tanto tempo prima dev’essere stato usato da un bambino. O forse due.

 

Ogni tanto ci sei tu, e questo è un male.

 

Perchè, quando ci sei, il sonno che sentivo arrivare se ne va del tutto.

 

T’ho fatto venir fuori, qualche volta, dalla grande porta-finestra che dalla cucina si affaccia al grande patio col pavimento di cotto rosso.

E’ capitato spesso che avessi in mano un piatto con sopra pane e pomodori. Una volta ne ho sentito anche il profumo, l’odore speziato di origano e cipolle.

E una volta ricordo che invece avevi in mano una rivista.

Un’altra ancora stropicciavi un fazzoletto che visto da lontano mi sapeva di umido e salato. Quel giorno per la prima volta m’è sembrato che piangessi.

Mai però t’ho visto con gli occhi allegri. Così dopo un po’ ho smesso di guardarli e ti guardavo i piedi, e li vedevo sempre scalzi, un po’ cotti dal sole.

Quando ho provato a sbirciarti il viso, non ci ho mai visto un sorriso, e lì ho capito.

 

Quella casa... credo sia mia.

Voglio dire, non ne sono sicuro... ma ogni notte, vedi, io la costruisco. Quindi in qualche modo mi appartiene, è la mia casa.

E’ una cosa stupida, stabilire la proprietà di un sogno, ma mi fa stare bene, mi fa sentire protetto.

 

Credo anche che quella casa non sia solo mia.

Me lo suggeriscono il cavalluccio di legno, qualche paio di scarpe troppo piccole per i miei piedi appoggiate sul davanzale, e i girasoli che sono curati così bene che le mie mani non ci sarebbero riuscite mai, nemmeno in un sogno.

 

No, quella cosa non è solo mia.

 

Quella casa non è tua, perchè tu non ridi.

 

E io non dormo.

22 ottobre

E a un certo punto basta

..E a un certo punto basta con queste donne che vogliono vogliono vogliono e non danno mai....
vogliatelo da un'altra parte, perchè qui nada erba voglio. Nada giardino del Re.
 
E volete la magia, la poesia, l'enfasi e la passione, volete il romanticismo, volete "ballare un po di più e sentir girar la testa".
E volete sincerità e onestà però volete pure che passiamo da cretini, e pure quando abbiamo ragione noi fare finta di non starci a accorgere che state a di na cazzata.
 
Vogliono la spontaneità, e poi però ti accusano di avere poco tatto.
 
Non vogliono che accumuli frustrazione per le discussioni che ci fai, però poi quando ti sfoghi dicono che sputi veleno MA se non ti sfoghi dicono che tu non ti apri con loro e quindi sei uno stronzo. Ma anche se ti apri sei uno stronzo,perchè la carichi dei tuoi problemi. E se non hai problemi sei uno stronzo lo stesso perchè TU NO e invece LORO SI. E comunque i loro problemi sono sempre MOLTO più seri dei tuoi che tanto non fai mai un cazzo quindi di che ti vai a lamentare?
 
Loro ti maltrattano? Glielo fai notare?? Stronzo!
Sei insistente, e sei offensivo, e le costringi a risponderti male quindi NON MERAVIGLIARTI se poi loro ti rispondono male ma TU non sognarti di farlo, perchè se non pesi le parole poi le parole peseranno e....
 
BASTA.
 
Basta basta basta...mi so' proprio rotto i coglioni.
 
...che Malgioglio abbia capito tutto???
15 ottobre

Brodo di pollo blues

 
A P., che spero sarà la madre dei miei figli
 
Brodo di pollo Blues
(ovvero Monologo al figlio che avrò)
 
di Danilo Cipollini
 

Te lo dico da quando sei nato e tu continui a non capire... Prova a farne tesoro, da adesso in poi: nella vita, diffida di tutto quel che è cotto.

Voglio dire....

Nasci e sei NIENTE. Uno sputo di molecole piccole così. Un mucchietto di carne. E già dall'inizio la vita ci divide in due grandi gruppi: i fortunati che si attaccano alla tetta materna e ne suggono latte (crudo), e quegli sfigati che si beccano il biberon.

Biberon, attrezzo infernale. Vieni incoraggiato ad assumere una polvere bianca che si scioglie nell'acqua. Gustati il momento, ragazzo, perchè sarà l'unica polvere bianca che sarai incoraggiato a assumere in vita tua. E quella polvere bianca secondo loro è latte.

E, magari, in origine lo era anche. Ma è stato pastorizzato, sobollito, analizzato, disidratato, liofilizzato, impacchettato. Di latte, ormai, ha solo le sembianze.

E' talmente falso, talmente infido, che te lo danno da un affare di caucciù fatto a forma di tetta. Ora...non sarà l'ultima volta in vita tua che tratterai con una tetta di plastica. Però, da bambino come da adulto, se vuoi un consiglio opta per il naturale.

Cresci un po'..arriva il momento delle pappine. Gli OMOGENEIZZATI. Ovvero una crema che SA di trota... ma NON E', trota. Sa di manzo, ma non lo è. Sa di bucatini alla amatriciana, ma in realtà rappresenta la mela.

Sostanzialmente, un omogeneizzato è un'astrazione, un'idea lontana di qualche cibo solido che è stato cotto e ricotto al punto tale di averne livellato il sapore. Tutte quelle creme hanno lo stesso odore, sapore, colore. Sono omogenee..da questo il nome. Omogeneizzato. E' questione d'ontologia.

Archivi quella merda giusto in tempo per assaporare (si fa per dire) le prime pastine.

Il passato di verdura...ovvero verdure cotte, ricotte, stracotte e poi tritate. Un olocausto di verdura, in pratica. Oppure, il brodo di pollo. Ma sgrassato, però. Perchè non basta averlo bollito sedici ore... no, te lo filtrano anche. E te lo sgrassano. E lo condiscono, se sei fortunato, con pezzetti piccoli piccoli piccoli di pasta. Le Puntine.Gli Aghi. I Filini...che riuscirai pure ad accettare, non avendo ancora mai assaggiato i Filetti. Il che, presto o tardi, accadrà... Ed è un passo senza ritorno.

Cresci ancora. Si comincia a ragionare, perdìo. Spuntano dentini bianchi e cazzuti. Si tenta il primo approccio con la carne. Finalmente ciccia!

Come ti viene somministrata?

Cotta al punto che ormai è pressochè sfatta. Ti arriva in bocca come arriva in bocca il cibo ai cuccioli di gabbiano: in pratica, già digerito.

Tutto questo per dirti... prima di assaggiare qualcosa di crudo... passano giorni infiniti. E questo sai perchè?

Perchè devi avere le palle, per accettare il Crudo.

Devi essere forte, e corrazzato.

Il Crudo è una scelta di vita. E' impegnativo, è stancante, però è l'unica cosa vera che ci sia.

Se il pesce non è buono sai che si fa? Lo si stracuoce, così perde identita e chi se ne accorge?

La carne..quando è rossa, al sangue, quasi cruda, è perfetta. Se la cuoci, diventa dura.

E non c'è niente di meglio della pasta fatta in casa quando la rubi, cruda, dal tavolo da lavoro della nonna. E, comunque, anche cotta è meglio "al dente".

Crudo nella vita dev'essere una scelta.

Scegli crude le emozioni, e diffida di chi te le stracuoce. Di chi te le da omogeneizzate. Di chi te le allunga nel brodo, magari fatte a pezzettini.

Scegli crudi gli amici, che certi schiaffoni ti tengono in vita. Guai se non avrai nessuno a darteli nel momento giusto, perchè rischi di andartene. Da solo.

Scegliti crude le donne, che è meglio una cruda verità che dieci dolcissime bugie. Meglio sentirsi dire "Mi sento lontana da te" e dover masticare crudo, che sentirsi sfornare una sequela di Ti amo bolliti da una donna che ormai appartiene a un altro.

...Ma insomma mi hai capito?

Come dici?

..."GUH"'?

Solo Guh?

...bah, ti salvi che hai solo 8 mesi.

Cambiamo 'sto pannolino, và...

 

 

03 ottobre

Pareti

Nota al lettore: questo racconto lo dedico a 3 persone.
A Claudio che poco tempo fa mi esortava a mettere di nuovo sul blog qualcosa di mio. Beh, eccolo.
A Federico, che ha ispirato questo racconto.
A V., che è tessuta nelle fibre di queste parole.
 
Per tutti gli altri, che tengo fuori, ricordate che la contemplazione della bellezza è essa stessa bellezza.
 
E ora, vi presento
 
PARETI
 

di Danilo Cipollini

Ci ho fatto l’abitudine, ormai, ai periodi morti che di tanto in tanto fanno respirare la mia esistenza. Molto meno riesco ad abituarmi a quelli troppo vivi, quelli in cui il tempo sembra non bastare mai, in cui le disgrazie, come da proverbio, non vengono mai sole.

Sarà stato pressappoco un anno fa...

Io e Patty avevamo appena superato la seconda crisi del nostro matrimonio, e lei si apprestava a ricominciare il bombardamento cui da tre anni mi sottoponeva nella disperata esigenza di un figlio.

Come se non bastasse, il padrone dello studio dove esercitavo mi aveva messo davanti ad un bivio insospettabilmente facile: "o te ne vai, o te ne vai".

Aveva intenzione di interrompere il contratto di affitto, per parcheggiare in quel modesto trilocale un non-so-quale nipote fresco sposo.

In quel periodo il mio lavoro da psicologo rendeva bene, quindi colsi l’occasione per acquistare uno studio tutto mio. Dopo mesi di ricerche e contrattazioni, l’avevo trovato, firmato il contratto, ci avevo fatto dare una bella mano di bianco, e, in quella domenica di metà settembre, mi apprestavo ad affrontare il secondo trasloco della mia vita.

Del primo, che mi portava da casa dei miei a quella che stavo per riempire insieme a Patty, ricordavo l’entusiasmo della nuova famiglia che andavo a creare, le notti bianche con Patty, in cui carta da parati e letto matrimoniale -ancora nuovo - si alternavano senza un ordine preciso.

Di questo secondo sapevo che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata una necessaria seccatura.

Fin dal primo momento i ragazzi che si occupavano del trasloco mi avevano fatto capire che il problema più grosso sarebbe stato il mio vecchio pianoforte.

Unico lusso che mi concedevo nella semplicità e nel minimalismo dell’ambiente, non era un bel piano: grosso, tozzo, color faggio, leggermente claudicante da una delle zampe sinistre, tendeva sempre a scordarsi, a differenza di me che, di lui, non mi scordavo mai.

Pezzo forte dell’eredità di un bisnonno contadino al padre di mio padre, era, in sostanza, l’unico filo di unione che attraversava trasversalmente la storia recente della mia famiglia, legando il mio studio in città con le origini campagnole.

Il mio gusto era suonarlo negli spazi morti tra una seduta e l’altra, percorrendo a memoria una qualche fuga o qualche adagio. Non avevo un gran tocco, non ero mai stato particolarmente dotato, ma la cosa mi rilassava parecchio, e mi metteva di buon umore.

Lo imbragarono, lo fissarono su di un camion, fu sballottolato per mezza città fino alla zona – elegante e signorile, forse appena un pò periferica – in cui si trovava il mio nuovo studio.

Fu necessario il braccio meccanico per issarlo fino al terzo piano. E non so se fu un errore del manovratore o dei ragazzi che lo aspettavano nella stanza, ma sta di fatto che il mio amato, sgraziato pianoforte finì per scivolare come una palla da biliardo in carambola contro il muro opposto alla finestra da cui fu fatto entrare.

I risultati dell’impatto sorpresero tutti tranne me: illeso il piano, APPENA un po' impolverato, mentre una crepa larga circa due dita feriva il muro dal pavimento fino a pochi centimetri dal soffitto.

L’idea che i vicini si fecero di me, giudicandomi dalle imprecazioni di quel giorno, deve avermi fatto perdere qualche decina di clienti.

Sta di fatto che mi ero quasi rassegnato ad iniziare il mio primo lunedì di visita con quella crepa che sfregiava il volto del mio nuovo studio quando, mentre gli operai stavano andando via, uno dei più giovani mi prese da parte e mi disse: "Dottò, io a tempo perso faccio pure il muratore. Su vuole gliela sistemo io ‘sta crepa. C’ho il materiale a casa, tempo di andare e tornare, un paio d’ore e torna tutto come nuovo...".

La proposta era allettante, e la cifra economica.

Oltretutto, il tipo mi piaceva. Era un ragazzotto abbastanza giovane, di quelli con la faccia allegra, che quando ridono sembra che ridano tutti interi, dalla punta dei capelli alla suola delle scarpe.

La prospettiva di aprire con lo studio in ordine mi fece rassegnare all’idea di passare la serata in quella periferia di merda anzichè sul mio divano davanti al posticipo domenicale. Ordinai due pizze mentre l'operaio andava e tornava, e quando furono arrivate e ebbi mangiato la mia mi sedetti davanti al mio colpevole pianoforte, trasformato per l'occasione in tavolo da pranzo, mentre il ragazzetto si apprestava a mettersi al lavoro. Appoggiò contro il muro una scala a pioli e poi, preparato il necessario, si inerpicò su in cima, fino al soffitto, e iniziò a lavorare con una certa lena per risolvere il danno.

Rimasi abbastanza incantato dalla forza, il vigore con cui il ragazzo lavorava, nonostante avesse sulle spalle le ore difficile di un trasloco. Il sorriso, sul volto, era... impeccabile. Sembrava onestamente contento di continuare a lavorare, nonostante il grigiore della periferia, le ore della notte, la pizza ormai fredda nel cartone. Sorrideva.

Solo, ai lati degli occhi, la ragnatela fievole delle prime rughe mi sembrava più fitta di come l'avevo vista quella stessa mattina.

Mi fu spontaneo dirgli "Certo che devi essere parecchio stanco! Lavori tanto...forse troppo...".

Mi rispose con un sorriso e un'alzata di spalle "Voglio far studiare i figli, dottò. E i soldi non bastano mai." - pausa, colpetto di tosse, sorriso\off, di nuovo sorriso\on, respiro, riprende- "Lei ce n'ha, figli?". Pensai a Patty e mi si strinse lo stomaco di una fitta colpevole. "No". Il mio recente amico non si scompose della mia freddezza, e osservo' con molta naturalezza "Certo, non s'offenda se glielo dico, ma lei co 'sto mestiere deve guadagnare bene... Ma lo sa che se dovessi rinasce, me piacerebbe fa proprio questo, nella vita?" immutabile sorriso, si accende una sigaretta (ma chi gli ha detto, a questo qui, che può fumare nel MIO studio? Gli va bene che mi sta simpatico..). Solito sorriso stretto intorno al filtro, di nuovo riprende " Sa..io penso che.. la vita...sia come una scala a pioli. Come questa su cui sto adesso! Ogni azione che facciamo, è un gradino che mettiamo e sul quale ci basiamo per andare avanti. Nel momento in cui lo abbiamo sorpassato, il gradino non sparisce...resta là, nella memoria. Solo che...lei lo sa... il vento, la pioggia, tutte le rogne della vita... e se qualche gradino era un po' più fragile degli altri, rischia di rompersi. E certe volte, nella vita, per risolvere i propri dubbi serve di tornare indietro di qualche gradino... E che succede se il gradino non ci regge? Caschiamo, dottò..." . Sorriso ancora più ampio. "E allora a questo servite voi psicologi... Voi ci date una mano a riparare i gradini traballanti, così che ci reggano ancora quando ci serve, e ci date modo di risolvere i nostri dubbi, e continuare a mettere altri gradini nuovi sulla nostra scala a pioli. E così si va avanti".

Tacque di botto e si rimise a lavorare, tirando altre due boccate dalla sigaretta ormai quasi finita, senza che il sorriso si spostasse d'un millimetro. Sembrava quasi assente.

Aveva detto tutto questo con grande naturalezza, senza mai smettere di lavorare alla crepa. E, una volta finito, con la stessa naturalezza si girò, mi sorrise, e ricominciò a lavorare.

Mi aveva sorpreso. Tanto. Mi aveva lasciato con la gola secca, mi sembrava impossibile che un uomo così semplice potesse aver detto cose così interessanti. Per quanto rudimentale, la tesi era suggestiva, e glielo dovevo riconoscere! Mi sentii immediatamente più vicino a lui, tanto vicino da voler condividere subito con lui quello che pensavo.

"Lo sai invece che penso io? Che la vita è una stanza.", indicai con l'indice l'ambiente circostante, con fare vago. "Quando la senti troppo sporca, dai una mano di tinta e sembra un po' più nuova. Solo che a volte ci sono eventi, cambiamenti, persone, che non si limitano a sporcare e basta. Come pianoforti in corsa, ti spaccano le pareti, e sulla stanza che è la tua vita si aprirà una crepa.". Io nemmeno lo guardavo, non so più se parlavo a lui o a me stesso. Però lo sentii sorridere. E' difficile, un sorriso non fa rumore, e io ero alle sue spalle, e non lo stavo osservando. Però lo sentii nettamente sorridere ancora più largo, mi sembrava di avere le mani sulle sue guance e di sentire sotto di me i muscoli tendersi e le labbra aprirsi.

Presi forza e continuai " E allora, a quel punto, ti serve uno che ti rimetta a posto la crepa. E spesso è uno che non t'aspetti, uno che nella tua stanza manco ci doveva essere o che c'era, sì, ma per fare un altro lavoro. E quelli sono i migliori... quelli che le cose le risolvono inaspettatamente".

Quella sera praticamente non ci dicemmo altro. A un certo punto accesi la radio e seguimmo il finale della partita. Scoprii così che la sua squadra giocava contro la mia. Pure lì, vinse lui.

E nemmeno io so perchè adesso ti racconto queste cose, Veronica. Non so perchè parlo ad alta voce nel cuore della notte, mentre tu dormi profondamente - eri stremata, dopo l'ultima volta che abbiamo fatto l'amore- e io invece non riesco a prendere sonno.

Stanotte è un anno esatto da quella notte, nel mio studio. E circa un mese dopo, conobbi te.

Che hai rimesso a posto le crepe nella mia vita. Che mi ha ridato una parete pulita, per permettermi di andare avanti nel mio matrimonio. Di mettere al mondo un figlio che ora dorme nel suo lettino, e non sa dove passa, il suo papà, la notte.

E' piccolo. e' indifeso. E, soprattutto, è pulito. Come io non sono. Come una parete nuova.

 

Questa notte è il mio grazie.

27 agosto

L'amore dei giorni buoni

Che amore è, il tuo?
 
E' l'amore dei momenti felici,
delle risate, degli amici,
l'amore del sole cocente d'estate, delle sale da te,
delle onde e delle passeggiate.
 
E' l'amore dei giorni  buoni.
Ne basta uno cattivo per fartelo sfiorire dalle labbra, quest'amore,
e traformare i sentimenti in silenzio.
Il cuore in un vampiro muto.
Silenzi.
 
Ogni silenzio è un vuoto.
E il vuoto in natura non esiste, è un controsenso. La natura il vuoto lo riempie, sempre.
Fai un buco nell'acqua e altra acqua correrà a riempirlo. Fai un buco in un albero e la linfa colerà a invaderlo, e la corteccia lo coprirà.
 
Ogni tuo vuoto, amore mio, io mi trovo a doverlo riempire staccando un pezzetto di me e incastrandocelo dentro.
Lo sigillo, come si fa col collo di una bottiglia di vino incastrandoci dentro un tappo di sughero.
 
Finchè avrò pezzi di me per i tuoi silenzi, a cuor leggero riuscirò a dire che ti amo.
 
Poi, non più.
 
D.
28 marzo

My Space del Congresso

Ancora in via di definizione, ma c'è....
 
 
 
 
 
 
 
il Congresso di Vienna is NOW!
 
20 marzo

Un cuore a vapore

Ti meravigli della mia velocità.

Lo capisco, e non me ne dispiaccio.

Voglio immaginarti come una bambina, ferma accanto ai binari, che vede passare per la prima volta in vita sua una locomotiva.

E’ un’immagine che sa di antico, di quando i treni erano una cosa romantica. Treni a vapore, arrivarono a sovvertire le convinzioni dell’Uomo, che con le sue carrozze credeva d’aver raggiunto l’apogeo del trasporto.

Prima del motore a vapore, prima del treno a vapore, era impossibile anche solo presupporre qualcosa che superasse il cavallo, che andasse oltre. La risposta, come sempre, era sotto gli occhi di tutti. Nell’acqua.

Il treno ha rappresentato la prima volta in cui il mondo è andato di corsa.

Da lì in poi, automobili, e aereoplani, e navi. Il mondo non s’è fermato più, anzi la sua velocità è aumentata, ogni anno di più.

I treni stessi sono così diversi. Niente più vapore. Niente fumo infernale, sbuffi di motore impazzito lanciato su una strada d’acciaio. Ormai i treni sono chirurgici, silenziosi, quasi sempre in ritardo rispetto a viaggi che sono piccoli intermezzi di giornate pendolari vissute a metà fra una città e l’altra. Gli spazi sono relativi. Questo, è bene tenerlo a mente.

I sentimenti, quelli no. Quelli ci sono ancora, ma i treni se ne sono dimenticati.

Ma sono altri i treni che mi evochi tu.

Sono treni di quando le bambine avevano gonne lunghe e gambe arrossate dal freddo e scorticate dai prati dove giocavano.

Prendiamo di nuovo la nostra bambina.

Cerca di vederla, cerca di vederti, come ti vedo io.

Hai un vestito azzurro e un cappello. Sei tu, e ti si riconosce. Tuoi i capelli scuri a incorniciare il candore del tuo viso, appena appena arrossato sulle guance dal fresco dell’autunno (è mattina\ c’è il sole).

Tuo lo sguardo. Tue le labbra. Tua l' aria di una pericolosa innocenza.

E in una giornata di sole, sei in piedi in mezzo al verde del prato, ad aspettare di vederlo passare, 'sto treno a vapore.

Ne hai sentito parlare, oh si. Ma visto mai. Si dice corra come mille cavalli. Emetta suoni orrendi. Pare che la gente che lo guida sia sporca di carbone e fuliggine. Che siano uomini orribili, brutali. Che diventino tutti sordi a causa del rumore assordante, e ciechi per il fumo in cui vivono immersi.

Si dice che un giorno riusciranno a farlo volare, il treno.

Ma tu non ci credi, e d’altra parte non l’hai mai visto. Come si fa a credere a qualcosa che non si è visto? Lo si può immaginare, magari con un sorriso, come s'immaginano le fate e i folletti. Ma non basta, questo, a tener ferma la ragione.

E così, attendi. Senti in bocca la tensione di un evento strepitoso, di chi assiste a un evento di proporzioni epocali. Avverti il sapore di rame che la paura lascia sulla lingua. Ti lecchi le labbra e aspetti. Ansiosa.

E’ come un terremoto quando sta per arrivare. Spunta nel prato e divora metro dopo metro le rotaie a una velocità che non hai mai nemmeno supposto. Salta le salite e le discese, emettendo fumo nero e denso. Sembra appena uscito dall’inferno. Terrorizza, congela le gambe, le rende pesanti.

A guardarlo bene, sembra rallenti. Sembra che voglia fermarsi. Eh si, sembra proprio...

Ma che fa? La stazione è lontana, non deve fermarsi, non può!

 

Ed è così che senza accorgertene ti sei ritrovata in mano un biglietto, e il treno rallenta per farti salire.

Senza stazione, senza banchina, in un prato verde e anonimo che potrebbe essere in ogni luogo e in ogni tempo c’è un treno fermo, che sbuffa.

E c’è un macchinista coi capelli rasati, la faccia da duro e gli occhi dolci. E’ sporco di fuliggine, non ha sapore di redenzione, sa di fumo e di sigaro.

Non è un principe azzurro, ma un principe nero, semmai.

Però ti tende la mano. Ha fermato il treno per te al centro della campagna. Solo tu e lui.

 

 

.....E’ cosi che arrivo io. Col mio cuore a vapore in un mondo di cuori a cavallo.

Che possa spaventarti, è quanto di più normale al mondo.

 

Prima del cuore a vapore, era impossibile anche solo presupporre qualcosa che superasse i cuori a cavallo che già conosci bene. Qualcosa che andasse oltre.

La risposta, come sempre, era sotto gli occhi di tutti.

 

(Aspettare, e non stancarsi di farlo)

D.

22 febbraio

Confusione stagionale.

Per essere inverno, in effetti, è caldo.
Le mimose sono fiorite. Da dicembre, fra l'altro. Sfasamenti climatici. Caos termometrico, iconoclasta e completamente amorale, acritico, avitale. Passa e fa quel che cazzo gli pare.
E' inverno. Sembra estate. Sembra. Ma l'inverno non puoi farlo sparire. Non puoi semplicemente negarlo, come certa cattiva storia o certe indesiderate\abili emozioni. L'inverno E', E' per se stesso, esiste.
L'inverno ha fottuto gente come Ciro il Grande, Napoleone e Hitler. Chi cazzo pensi di essere, tu, per fottere lui?
Questa stagione straordinaria testarda c'ha provato. Ci prova tutt'ora.
E allora lui si fa furbo e scivola, come un pinguino dentro una grotta ghiacciata. Senza Se e senza Ma, si infila fra le pieghe della mente e s'insinua dentro. Dentro di te. Si scava un posto al sole (freddo) dei tuoi pensieri e da lì irradia con violenza il suo spasmo di gelo.
 
Eppure, questa stagione birichina ha prodotto i suoi effetti anche sul pensiero. E nell'inverno dentro, di tanto in tanto s'affaccia l'estate.
 
"Estate", testo e musiche: Afterhours.
 
Ogni goccia di saliva che c'è in te
ho cercato di sentirla mia
la tua bocca cieca che mi aspetta
sento che ha ragionevolmente fretta

Questa estate che ci cola tra le gambe
dici che leccarla ti da un senso
sai è curioso
perchè anch'io sento lo stesso
è perchè io e te non ci crediamo che è successo

Ho il tuo profumo di sudore su di me
ma ho ancora un senso per me stesso?
e succhiando il tuo respiro ti ho sentita sussultare
la realtà che rientra proprio adesso.


 
......Ho ancora un senso per me stesso?
E voglio ancora un senso per me stesso?
 
9 marzo... Esco, rientro, e ve lo dico.
 
D.
28 novembre

milAmo

Se parlo di te, quel che posso dire è che dai un senso ai sensi.

La vista, per esempio.

Dopo di te, la si rivaluta.

Ci si trova costretti a riconsiderarla, e si rischia di cadere in una tragica empasse nel dover scegliere se ringraziarla, per aver catturato la tua immagine, o se maledirla e sperare che in un solo istante le luci si spengano, per sempre, per sempre tenendo te, il tuo viso, i tuoi occhi, come ultimo\eterno fotogramma.

Fermo immagine. Tu.

 

L’udito...  l’udito perde la pace del silenzio, quando fa i conti con la tua voce (bassa, sensuale...parla per te una pantera arrotolata nella tua gola, che fa le fusa al bianco dei denti scambiandoli per spicchi di luna).

 

Il tatto e il gusto s’abbracciano, disperati per non aver saggiato, di te, sapore e pelle.

 

L’olfatto si sbatte, prende a pugni gli odori nel mucchio finchè non trova il tuo, e a quel punto lo cerca, saltando i chilometri, s’illude di rintracciarlo nell’afrore di altri corpi, in altre braccia che non sono tue, in un collo che non abbia la stessa linea perfetta e disarmante.

 

Se “senso” e “sensuale” hanno, anche solo linguisticamente se non ontologicamente, una comune radice, è in te che la vedo ( e non è, vederla, frutto d’un senso a sua volta?).

 

Cerco nel Senso, ancora lui, di poche righe scritte a mente quasi fredda, una traccia che ti ritrovi o mi condanni a non trovarmi.

 

Se tu sei Perdersi, possa io non trovarmi mai più.

 

Dico “perdermi” e vorrei dirti “prendimi”. Le lettere sono più o meno le stesse.

Sono le azioni, quelle si, ad essere diverse.

 

Prendimi.

 

 

(D,xP.)

17 novembre

Dedicato a I.

Mentre lo sciacquo sotto il getto d’acqua bollente della doccia, il cazzo mi fa male.

Mi fa male un po’ tutto, in verità, dal cervello in giù.

Una specie d’autostrada del dolore, che dalla mia esuberante materia grigia arriva dritta al mio tormentato scroto. Passando attraverso il cuore, almeno credo.

Rimuovo chirurgicamente quel che resta di te, sparecchiando i resti della nostra Ultima (prima) Cena, e buttando via il profilattico usato ma vuoto. Mi sa di sposo scappato dall’altare, dopo che “lei” ha già detto: lo voglio. Peccato che a scappare sei stata proprio tu, prima con la testa, tutto insieme (e con molto poco tempismo), poi piano piano col corpo. Hai fatto prima uscire gli occhi, poi i tuoi capelli corti, e sei andata via ballando, volteggiando verso l’aria fredda della notte e verso un posto, uno qualsiasi, che non fosse con me. Come ballando era cominciata, è giusto che ballando sia finita. Due ore dopo.

 

Coccolo i vuoti del vino bevuto e li accompagno al cestino insieme al preservativo. E’ una specie di convoglio funebre, o di marcia, lenta e marziale, che mi porta fino alla busta semipiena di avanzi.

Lungo il tragitto coccolo il mio socio in lattice, consolandolo. Non è colpa tua. Ne’ mia. Ce l’abbiamo messa tutta. Abbiamo perso una battaglia ma vinceremo la guerra. In fin de conti, tutto quel che è mancato è stato...

Una scintilla.

Questa è la spiegazione, la mastico e la ingoio come se deglutissi cuoio, non c’è un altro appiglio cui agganciarci, non c’è un altro uomo (dici), non c’è nulla da spiegare, dici.

Dici che ti dispiace.

Dici che non vuoi andartene.

Dici che non t’era mai, proprio mai, successo.

Dici che s’è fatto tardi.

Come Cenerentola, hai aspettato che suonasse la mezzanotte della mia erezione e condannandola all’oblio sei volteggiata fuori dal mio campo visivo. Raccogliendo la scarpetta,stavolta.

 

Conto i caduti e censisco quel che resta dopo la battaglia.

Accampati nella radura dei miei pensieri, un pugno di baci privi di senso, capelli corti da spazzare, qualche piatto da lavare d’una cena che tutto sommato era buona, canzoni da riascoltare e delle quali sezionare le parole.

 

Non si vede, nemmeno in lontananza, nessuna scintilla.

 

D.

08 novembre

Arriva un ricordo.

NOTA DELL'AUTORE: scrissi questo racconto diversi anni fa. E' il racconto quasi fedele di una notte che per me sarà difficile dimenticare. Io e l'altra protagonista non ci parliamo più. Da parecchio, ormai. Ma stanotte mi è ricapitato fra le mani e gli ho dato un'aggiustata. Quindi, ho deciso di pubblicarlo qui. Lo dedico a lei, qualunque cosa stia facendo. Ciao, tesoro.
D.
 
 

La stanza è mezza vuota. O mezza piena, punti di vista.

Direi più mezza vuota, considerata l’espressione assente che, guardando bene, si vede affiorare sul volto delle persone mentre mangiano bevono fumano parlano ridono bevono fumano parlano STOP.

 

Non che siano cattive persone. Semplicemente, accarezzano una distrazione mentre parlano fumano bevono ridono etc.

Così.

Come avessero un gatto addormentato sulle ginocchia.

Lo si accarezza, ma senza troppa convinzione.

Sono parole mezze vuote, sorrisi mezzi vuoti, volute di fumo mezze vuote che salgono piano piano verso il soffitto. Ho messo gli occhi proprio su quelle spirali nebbiose che salgono, tanto per poggiarli da qualche parte, imbarazzato dal doverli sostenere addosso a chicchessia dei presenti.

D’altra parte, è senz’altro il fumo la cosa più viva che ho ora a disposizione. Nel piattume totale della stanza, la danza del fumo che sale, si avvita, si dissolve pian piano e scompare, risalta al punto da procurarmi una gioia sottile. Sottile come una spirale di fumo.

 

A un certo punto qualcuno dev’essersi alzato, e deve essere scivolato fino allo stereo. Non l’ho visto, ma resta il fatto che ora, nell’aria, insieme al mio amico fumo e a qualche rara parola sfuggita ai discorsi, ci sono le note di Ben Harper. Ci metto un po’ a riconoscerle, giusto il tempo di riemergere dal mio torpore fino a sbucare nel mondo reale,  ma una volta a galla frugo veloce nei cassettini della mia testa e ritrovo le tracce di quelle canzoni. Pezzetti di frase, linee di basso, accenti caldi della voce. Gioco a disegnarle con gli occhi, qulle parole, quelle linee, ogni singolo accordo, ogni nota. Unisco i puntini, come facevo da bambino. Stavolta, ho il fumo a farmi da pagina, e le pupille a sostituire le matite. Schivo gli scogli a pelo d’acqua delle birre bevute e le eventuali distrazioni degli altri. Ed unendo i puntini probabilmente vado a toccarmi qualcosa dentro, perchè sento distintamente affiorare un ricordo.

 

Ce l’hai presente la sensazione che ti da un ricordo? Si, perchè il ricordo non è che arrivi e basta, fine della storia... No, il ricordo “sale”.

 

Da bambino mi capitava d’aiutare la mamma in cucina. E’ capitato più o meno a tutti credo. E più o meno a tutti è capitato di fare, o veder fare, le castagnole. E’ semplice, si fa l’impasto, liquido e giallo, lo si prende col cucchiaio e lo si butta nell’olio bollente.

Fin qui, tutto lineare.

Poi arriva il potere delle castagnole.

Perchè le maledette SI GONFIANO, si trasformano, mutano, se ne sbattono di cosa le attende in superficie, restano buone sul fondo per pochi secondi poi tronfie e gonfie emergono a far capolino come a dire “..beh, non mi tiri fuori?”.

Ed è così che ti fottono le castagnole.

Magari nemmeno ti piacciono...voglio dire, a me non piacevano... Ma solo per il fatto che le hai conosciute che erano tutte un’unica massa liquida e informe e proprio coi tuoi occhi le hai viste crescere, divenire, travestirsi... Non puoi non mangiarle.

Magari una. Magari sputandola, poi. Ma la mangerai, garantito.

 

Il ricordo, a modo suo, è una castagnola della memoria. Viene a galla piano piano dal nero ribollente in cui tieni immersi i pensieri. Se è brutto, puoi provare a tenerlo per un po fermo lì, sull’orlo del buio. Ma tanto lo sai che lui resta lì, e dopo un minuto un giorno o ventidue anni lui aspetterà che tu ti sia distratto, magari solo un attimo, il tempo d’un caffè, di dire “ciao” a una turista tedesca che scende dall’autobus, e in quell’istante ti sarà addosso, ti prenderà alle spalle, ti sconvolgerà.

 

Fortuna che questo è un ricordo bello, e quindi posso lasciarlo salire, posso accoglierlo, pescarlo come una castagnola dall’olio bollente, poi seguirlo, portando a spalle la mente fuori dai discorsi degli altri, lasciando per un po’ che il mondo mi trascini sulla sua orbita, socchiudendo gli occhi finche quel pensiero non mi avvolge nel suo tepore,

Forse bofonchio qualcosa, monosillabi, parole sconnesse, le butto nel discorso e in faccia a chi ha fiutato la mia fuga e prova disperatamente a trattenermi, invidioso del mio viaggio senza aereo e senza sostanze, cerca d’inchiodarmi al modestissimo agone verbale che sibila nella stanza – si parla di calcio, di donne, di uomini, di uomini con donne, di uomini col calcio, di donne prese a calci. Non so. Io non ci sono più, è tutto inutile. E se ci fossi tu, in questa stanza, lo sapresti. Io sto perso nel mio ricordo perchè è un ricordo bello. E’ un ricordo di te. E’...

 

..E’ la strada che fila liscia e un po’umida sotto le ruote dell’automobile grigia. Sei quasi certo (quasi) di non aver mai percorso delle vie, anonime fra le tante della tua grande città, eppure è come se le conoscessi da sempre, come se sapessi cosa t’aspetta dietro a ogni curva. Sei su una strada fatta di asfalto e deja-vù, pavimentazione più che adatta all’ora tarda della notte, tremendamente confortevole, concilia un sonno profondo o una veglie erotica. Lasciandoti il lusso di scegliere.

Sarà il torpore, il confort o l’eccitazione, ma tralasci un po’ le indicazioni che la bruntta seduta di fianco a te via via ti da. Ti riprendi all’ultimo, appena prima di rendere dritta una curva, lei se ne accorge dal brusco scuotersi dell’automobile e decide di tenerti lì con la mente poggiando delicatamente sulla tua coscia destra una mano, dita lunghe, belle unghie, affusolata, morbida. Letale. Uccide in un secondo i deja-vù e resta solo la strada. Ne sarebbe felice Gaber, che anni fa lo cantava. Per te è un disastro, quella mano è un ponte con l’effettiva durezza di una realtà che avevi indorato. Ansia e sgomento pascolano nella tua cervicale, “Ora giro la macchina e torno indietro” ti dici. Non puoi.

Questa serata è già storia passata, è gia scritta chilometro dopo chilometro, movimento per movimento, un secondo è incatenato all’altro.

Già scritto il vago senso d’abbandono dei palazzi intorno al suo, scritto il parcheggio (a pochi metri dal cancello, ma già sulla via del ritorno, e quindi vicino e lontano nel tempo e nello spazio contemporaneamente).

Il tuo mondo e il suo stasera collidono, si mischiano. Apre il cancello imprecando alle chiavi che non girano e ti precede.

“Per me abita al terzo piano. Ha la faccia di una da terzo piano.”, ti suggerisce un minuscolo interlocutore in te. La tua coscienza, puttana che non è altro, quella che ti fa dire sempre si e poi salta fuori sul dunque, grillo parlante in versione terzo millennio, coro lirico ad ogni stronzata tu abbia fatto in vita tua, ad ogni trionfo, ad ogni volta che non avresti dovuto essertci e invece, che culo, c’eri, e ogni volta che invece avresti proprio dovuto essere altrove.

Lei entra nell’ascensore, e pigia il tasto 3. La tua coscienza ha l’occhio lungo, bisogna ammetterlo.

Cresce il senso di predestinazione.

 

Chiavi nella toppa e la porta che scivola via, la vocina, di nuovo “Ora ti chiederà se vuoi qualcosa da bere.”. Fai un passo, varchi la soglia calpestando il pavimento lucido dell’ingresso. “Vuoi qualcosa da bere?”, puntuale, la tua coscienza stappa una bottiglia di qualcosa di forte, tu rispondi “Solo un bicchier d’acqua” e nei tuoi occhi si legge chiara e tonda la scritta “berro’ te”.

Sciabordio d’acqua nel lavandino, rumore di stoviglia archiviate in fretta, resti di Ultime cene buttati via in extremis con un canestro da  t re nel cestino dei rifiuti. Fai finta di pensare a altro.

Saggiamente la tua coscienza salta il punto tre del manuale “Cosa farà la moretta”. Sarebbe previsto un giro esplorativo della casa, ma ti rendi presto conto che è così piccola che da dove sei la vedi quasi tutta. Butti giù l’acqua come fosse wisky. Lei infila una delle due porte che si aprono davanti a te, luce d’abat jour. Respiro profondo e la segui. Hai deciso di abbandonarti a una storia già scritta, e soffochi la Rabbia, la sorella cattiva della Passione, per il fatto di non condurre tu il gioco per ora. Accontentati di stare in finestra e di sghignazzartela chiaccherando con la tua coscienza, sai che la prossima mossa è la tua.

 

Sensazione di caldo accogliente. Vagamente umido, musica talmente soffusa da simulare il battito d’un piccolo cuore, riflessi rosa e penombra. Una specie di ventre materno formato famiglia.

 

Ti siedi sul letto, in punta in punta, come se ti fossi poggiato li per caso. Dentro di te la vocina imita il timbro della moretta e dice “Ti dispiace se tolgo le scarpe?”.

Ridi appena, sommessamente, lei si gira, ti guarda un po intimidita e fa “Ti dispiace se tolgo..”:. La fermi. “Prego, fai pure..fà come se fossi a casa tua.”.

E’ vecchia ma funziona sempre. Nota del redattore, la tua coscienza non ne sbaglia una. O ha un culo pazzesco.

“Ti dispiace..?”.

Si, ti dispiace. Per un attimo ti senti talmente più forte di lei, tu e la tua Vocina delle Meraviglie, che ti sembra di farle un torto. Come se non ci fosse partita. Davide non è la regola,  è l’eccezione. Di solito vince Golia. E tu ora ti senti il più brutale dei Golia.

 

L’eccezione è statisticamente improbabile, ma non impossibile.

E tu sei un coglione.

Te ne rendi conto quando il primo bacio della tua lei scalza ti prende alla sprovvista. Labbra morte davanti alle sue.

Travolta, in pochi secondi, la tua Linea Maginot di sbruffonate.

Travolta, John, ride da un poster sulla parete davanti a te.  Sembra sfotterti, a lui nei suoi film ‘ste cose non capitavano.

Sei contrariato per il gol subito in contropiede, la schiena poggiata sul letto, e sopra di te la brunetta, del tutto ignara d’aver piazzato un punto nella sfida in corso nella tua testa.

La vocina dentro di te dirige le manovre, disponi la difesa a fare catenaccio, ti chiudi e ti prepari ad addormentare il gioco. Catenaccio e contropiede, il calcio italiano ci ha fatto la sua fortuna. Solidi in difesa e pronti a colpire repentinamente. E tu, colpisci. E tiri fuori QUEL sorriso.

 

Funziona... lo sai che funziona. E’ passato negli occhi di decine di donne, da tua madre in poi, e te le hanno detto tutte. Quello è un sorriso che funziona.

Mix esaltante di malizia e innocenza, spolverato di biancheggiar d’incisivi. L’Asso pigliatutto, il Piatto dello Chef, la Specialità della casa.

 

Dall’espressione di lei capisci che anche stavolta è andato a segno. Un dito ti sfiora le labbra, piano, a disegnare il contorno di quel sorriso bastardo, dietro al dito la manina affusolata di prima, e ancora qualche centimetro piu’ indietro gli occhi della brunetta, come quelli di un bambino che guarda goloso un giocattolo nuovo fatto uscire a tradimento dalla valigetta del papà.

 

Poi i baci. Frequenti, a mozzare il respiro, e le mani sul corpo e più giù, che ti frugano fin  dentro ai pensieri, schiaffeggiano la tua vocina rimasta senza parole, fanno di te quel che vogliono.

La tua maglietta che vola via, la sua che segue. Il lieve fremito all’inguine che vince l’ultima resistenza e abbandona l’uomo al destino che è scritto per lui.

 

E’ sul fremito che lei ti stupisce, di nuovo. Si alza dal letto lascia il tuo corpo abbandonato e febbricitante sul copriletto verde acqua. Plana,leggera e seminuda, verso lo stereo. Segui le linee dei polpacci abbronzati fino alle cosce ancora coperte per una mal simulata pudicizia. I seni, piccoli ma bellissimi, sfidano la gravità strafottendosene del mondo e alzando orgogliosi due capezzoli scuri e dritti come chiodi.

 

Volteggia appena, lei e le sue tette arroganti, sceglie un cd e pigia play. Ben Harper. Le note coprono il fremito. Il volume è basso ma le orecchie martellate dal sangue impazzito amplificano il suono e lo scalciano nella tua scatola cranica. La  tua storia già scritta ti sta riservando dettagli inaspettati e insospettabilmente piacevoli nel condurti verso il tuo scontatissimo finale. Huston, abbiamo un problema. Ci ho preso gusto. Amore, è una parola acerba ma che non stona. Sembra la stia cantando Ben Harper, che ha una voce migliore della mia.

 

Hai ascoltato molte volte quelle note. Sia quelle dell’amore, sia quelle di Ben Harper. E non ti hanno mai colpito, nessuno dei due. Solo ora, forse, ne intravedi davvero il senso.

E mentre sei perso nel senso di Ben Harper, nemmeno ti accorgi che i tuoi pantaloni sono volati via a far compagnia alla maglietta.

Ti risvegli dal torpore quando senti il fremito riprendere, abbassi lo sguardo appena in tempo per vedere le sue labbra chiudersi sul tuo sesso.

Gol.

Tifosi in visibilio. Triplice fischio. Ha vinto lei.

 

Si, era tutto già scritto.

 

Buio.