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28 febbraio Gli Uomini visti dal basso (live from PopPorn)
GLI UOMINI VISTI DAL BASSO di Danilo Cipollini
Gli uomini visti dal basso sono tutta una questione di maschere.
Me ne rendo conto stasera, 22 febbraio, mentre inginocchiata e nuda tengo in mano i diciotto centimetri scarsi di un uomo conosciuto poche ore fa.. Alzo i miei occhi puntati dritti davanti a me, alla pelliccia del suo pube, e cerco i suoi. Li intravedo appena, però, nel buio quasi totale di questo salone che indovino arancione grazie al bagliore che proviene da fuori, dal lampione sulla strada.
Se guardo su, il suo viso si disfa nell’ombra, i tratti appena accennati sembrano coperti da una spessa maschera di buio. Niente male, quasi eccitante. Potrei mettermi a fantasticare altri visi ed altri corpi, ma avverto nel pene che ho in mano una certa impazienza e mi dico che forse non è il caso.
Quindi, iniziamo.
Al primo tocco delle labbra su di lui, sento nettamente il tremito dei muscoli della sua schiena che si rilassano, tutti insieme. E’ incredibile, quanto imponente, quanto grande possa sembrare un uomo visto dal basso. Il suo metro e settantotto d’altezza mi sovrasta di una spanna anche quando siamo in piedi, ma visto da qui, mentre sono inginocchiata, con le ginocchia un po’ doloranti, la fica che diventa sempre più umida, sembra gigantesco.
Eppure,sono io che comando il gioco. Mi basta smettere di succhiare e lo vedrò sgretolarsi e i suoi occhi pieni di buio elemosinare ancora E ancora E ancora un contatto fra di noi.
E non sarò certo io a negarglielo, quindi allargo ancora le labbra e lascio la punta di lui a scivolarmi sul palato, mi fermo un attimo prima che diventi troppo e mi chiuda la gola, la mia mano tiene forte la base del pene e la scuote appena, ogni tanto scivola verso il basso e gli massaggia, piano, i testicoli. Sento le mani di lui salire dalle mie spalle e spostarmi i capelli, non con la voyeristica mania di tanti uomini che vogliono guardarti in faccia mentre, priva di ogni effettiva gratificazione fisica, ti affanni per dar loro tanto piacere... no... Il mio uomo mascherato di buio lo fa con dolcezza, come se davvero ci tenesse, per evitare che mi coprano il viso o mi diano fastidio, per non causarmi ulteriori disagi... Non me lo sarei aspettato, visto l’egoismo con cui mi ha presa e spogliata, in piedi, appena davanti all’ingresso di casa sua. E’ un gesto dolce che mi fotte, non il suo pisello. Questa gentilezza, la tenerezza che nel buio intravedo nei suoi occhi, mi eccita più del suo cazzo. E con la mano libera scorro fra le mie gambe, e inizio a toccarmi. Mi sento stupida e mi viene da arrossire, improvvisamente mi sento vulnerabile, sento un calore forte al viso e immagino la mia faccia diventare rossa, e lui che la guarda. Mi sorprendo a sperare che il buio stenda su di me la stessa maschera indulgente che poco fa ho visto su di lui...
Ma non faccio in tempo a finire il pensiero.
Un gemito, il suo pene che esce dalla mia bocca, un fiotto caldo sul viso. Qualcosa di caldo e viscoso cola giù dalla fronte, si divide sul naso, circonda gli occhi, inonda gli zigomi. Alla mia maschera ci ha pensato lui.
Posso arrossire in pace, ora. 27 dicembre Canto di NataleAbusatissima di questi tempi, ma sempre attuale.
Ore piccole e i Modena City Ramblers nella testa.
La canzone parla da se, è bella al naturale.
Buon Natale a tutti.
Signora dei vicoli scuri dal vecchio cappotto sciupato
Asciugati gli occhi e sorridi c' un altro Natale alle porte. Non senti le grida e le voci e qualcosa di strano nell'aria? Anche i muri ingrigiti dei vicoli splendono sotto la luna.,, Ti ricordi? c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo E la sera ci facemmo un bicchiere di scura ed un giro di walzer Con tanti saluti ad un altro Natale... Signora dei vicoli scuri. abbracciami forte stasera: Anche i gatti festeggiano a volte e cantano sotto le stelle... Dimentica il freddo, le lacrime, e le scarpe coperte di fango E il destino di un vecchio ubriacone cullato dal canto del vento. Ti ricordi? C'incontrammo in un giorno di neve e di freddo E stasera ci faremo un bicchiere di scura ed un giro di walzer Con tanti saluti ad un altro Natale. Signora dei vicoli scuri.... NON MOLLARE LA LOTTA! Verranno momenti migliori, il tempo una ruota che gira.... Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d'estate Scoleremo cinquanta bottiglie, al riparo di un cielo lontano. Ti ricordi? C'incontrammo in un giorno di neve e di freddo. E stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare un saluto E un cordiale"Fanculo!" vad un altro Natale.... (Modena City Ramblers, "Canto di Natale")
26 settembre Everything that dies, someday comes back."...Però adesso ti prego
torniamo a Milano
lo so, ti sembra
una città distrutta dalla guerra
e ricostruita da cani nel dopoguerra
ma veniamoci incontro, lasciamo questa terra
feconda di monumenti
domani ti porto
a vedere la notte dei Morti Viventi."
(Dario Villa, "Harder With Johanna" ) 18 settembre Ho visto Stella cadere.
Ho visto Stella cadere. di Danilo Cipollini ...save me..
Se ci fosse un interruttore che ti spegne, giuro, lo userei. Bastasse premere un bottone per dimenticare e ricominciare da capo, non ci penserei un secondo. Non c'è metodo per sollevare ciò che muore, è vero, ma ho scoperto che anche uccidere ciò che ancora vive è tutto fuorché facile. In tutto questo, nonostante tutto questo, tu mi chiedi di aspettare.
Sono seduto a Corso Buenos Aires, nella tua Milano, davanti a me passa una modella che fuma elegantemente una sigaretta e, svogliata, occhieggia le vetrine. Andrea G. Pinketts, nei suoi libri, ne ha descritte tante delle modelle di Corso Buenos Aires, ma tutte mute. Tutte oggetti, Veneri di nicotina e fard, abili per lo più al piacere dell'uomo o da tenere buone per l'alcolismo. Io oggi vorrei dar loro la possibilità d'un riscatto, farle finalmente parlare, Cristo, che qualcosa avranno pure da dire. Così prendo Ingrid (questo è il nome che le ho dato) e di lei, più che il culo nudo, immaginerò la mente. Torniamo allora dalla nostra Ingrid, che cammina elegante ma non troppo, sui tacchi aguzzi come pugnali, le gambe lunghe dalla pelle chiara che filano, strette, sul marciapiede coperto di mozziconi, il vestito nero che svolazza poco intorno alle ginocchia nude. Un tacco si impunta e l'andatura quasi elegante si scompagina un secondo, Ingrid piega sulla destra, sembra quasi che cada, magnifica quercia tradita da un minuscolo taglialegna, ma si riprende, tiene duro spingendo sui lombi allenati e nello spazio di due metri riprende postura e eleganza. Unico segno tangibile della quasi-caduta, fra le sue dita è scomparsa la sigaretta, che ora rotola sul selciato lasciandosi dietro piccole colonne di fumo. Sibila “Merda”, con un forte accento del nord Europa (Norvegia, Danimarca forse, ma più probabilmente Svezia), riavvia con la mano il fatale caschetto di capelli rossi e fulmina in basso con lo sguardo la traditrice di carta e tabacco che lentamente muore a terra, nell'indifferenza generale. Lentamente muore anche Ingrid, muore dentro da un mese, da quando Stella non c’è più. Stella che le illuminava il cuore, Stella modella, anche lei, che vive a Roma in una casa dalla quale, certi giorni, si sente l’odore del mare. Stella sorella, stesse esperienze, stessa sorte, stessi timori, stessi incubi di plastica. Stella gemella, quasi, per quanto forte, e bello, era il loro amore. Stella che era così diversa da lei, così razionale, così calcolata, Stella che amava in piccole cose e rifiutava i gesti teatrali. Stella che un giorno ha detto “Qui non c’è più nulla che possa darti. Vorrei che non ci vedessimo più.” ed è partita, sparita, Stella che è caduta, confus, dice, e dice che ora no, ora si deve ricostruire, ora non si può più. Ingrid alza gli occhi e mi guarda. Non guarda verso me, guarda Me. Non servono parole perchè viviamo nello stesso dolore, un mondo a parte in cui tutti gli altri ci sono ma sono ovattati, lontani. Si avvicina con lo sguardo più vero che mi riesce di immaginarle in faccia e accendendo un’altra sigaretta mi dice solo “ Ho visto Stella cadere”. Poi si siede accanto a me sulla panchina di legno e per un po’ stiamo zitti. Sigaretta lei, sigaro Toscano io. Zitti, che a parlare ci pensa già Milano. Passano un paio di minuti quando si volta e mi fa “Piacere, Ingrid”. Non le regalo il mio nome ma tiro un’altra boccata e le chiedo “Ha fatto male?”, come se non conoscessi già la risposta. “Lo sai che fa male”. “Già, ne ho una vaga idea”. Sorrido. “Io ho idea che tu sei qui per lei”, mi fa. “No..cioè si... cioè Ingrid non lo so, davvero. E’..assurdo, è incredibile come la confusione di un altra persona... poi può diventare la tua.”. Segue silenzio imbarazzato e amaro che ci lascia il tempo per fumare il fumabile. Quando la punta del Toscano è così corta che il calore mi brucia le labbra a ogni tiro, lo butto. Devo essere proprio conciato male se una bella donna in crisi d’amore mi abborda per conforto e non per un amplesso di un paio d’ore.
E all’unisono, all’improvviso, gli occhi fissi sull’asfalto, diciamo “Se ci fosse un interruttore...”. E ci fermiamo, sorridendo per quel pensiero diviso a metà, le faccio segno di continuare lei, anche se questa frase la conosco già. Spegne lentamente il sorriso e dopo un istante “Se ci fosse un interruttore”, ripete, “per spegnere i pensieri, lo avrei premuto un mese fa.”. Stràli di fritto vengono scoccati dal Mc Donald’s qui davanti, ora che il sigaro non mi protegge più con la sua cortina densa di fumo arrivano tutti a segno. Ingrid mi chiede l’età e quando gliela dico scuote la testa e non ci crede. Mi sfida alla prova e le passo la carta d’identità per difendere quel che ho detto, manco fosse un carabiniere. E in effetti è furba, troppo furba per essere un carabiniere, perchè con questa mossa ha scoperto non solo l’età ma anche il mio nome. “Sembri più grande, Danilo... Sei invecchiato in fretta”. Colpa della boxe e di una donna, dico io. “Ognuno ha la sua Stella da guardare cadere”, rincaro la dose. Stringe i pugni e si alza di scatto, fa per andarsene, si volta dopo un paio dei suoi lunghi passi eleganti e mi dice “L’assurdo è che dopo averla vista cadere, l’unico desiderio che riusciamo a esprimere è che torni presto al proprio posto”.
Poi si volta e se ne va, lasciando scivolare dalla borsa quello che sembra un biglietto da visita, guardandolo mentre plana quel tanto che basta a farmi capire che è un caso. Si allontana a passi veloci. Splendida.
Guardo il biglietto dalla panchina e non lo raccolgo. Vado via, accendendo un altro Toscano.
Dopo aver visto cadere una Stella, chi guarderebbe cadere un biglietto? 11 settembre PugniPUGNI
di Danilo Cipollini
...a B. e alla vita.
Spogliatoio non è solo un sostantivo singolare maschile. E’ un sostantivo singolare maschio. E’ come Rasoio, oppure Coltello, che ne so. Giornale, o Teatro, non fanno lo stesso effetto. Quelli sono solo sostantivi maschili, semplici, pura distinzione di Genere. Spogliatoio, invece... Spogliatoio è Uomo, non solo Maschio, porta con se’ immediati ricordi di odore aspro di sudore, e candeggina, e dopobarba da due soldi. Porta idee di muri e macchie gialle, di orinatoi, di asciugamani umidi.
Sauna, invece... beh Sauna è femminile e femmina. Calda, umida e avvolgente...più Femmina d’una sauna non c’è davvero niente. Dalla sauna sfilo un asciugamano che ci ho lasciato dentro qualche minuto e caldo e bagnato me lo appoggio sul collo per rilassare i muscoli. Poi mi siedo sulla panca di legno, i gomiti poggiati sulle ginocchia, lo sguardo fisso verso il pavimento bianco chiazzato, e resto in silenzio in questo spogliatoio mascolino e asettico a lasciare che il sudore mi scorra addosso. Sento le gocce scivolare dalle tempie e scorrere verso il naso, rigare gli zigomi, fermarsi a giocare qualche secondo sulla punta del naso e poi cadere a terra. Nel silenzio che c’è, ogni goccia che cade sembra un’esplosione.
Mi concedo un quarto d’ora di tranquillità ogni volta che devo salire sul ring. Non che siano grandi incontri, i miei... non sono un pugile professionista. Sono poco più che allenamenti con qualche amico. I pugni, però, sono sempre veri. In uno sport come la boxe il concetto di allenamento ha una valenza relativa... quando giochi su un terreno le cui regole sono distruggere l’essere umano che c’è davanti a noi, non c’è modo di edulcorare la realtà. Non puoi chiedere a un pugno di non stenderti, o di non farti male. L’orologio segna le 22, è ora di andare di là. Stendo la mano lentamente alla mia destra e afferro le fasce per prepararmi a salire sul ring.
Di tutti gli strumenti che la boxe ti costringe a frequentare, le fasce sono senza dubbio le mie preferite. Due metri e mezzo di poliestere e cotone, con un anello di stoffa da un lato e un cinturino di velcro dall’altro. La fascia rende un pugno duro come un sasso. Protegge la mano, stringendo le nocche per evitare che si allarghino e indurendo il polso, evitando che si pieghi e subisca sforzi inopportuni e traumi conseguenti.. Al tempo stesso, comprime e stringe ossa e carne in un unico cono rigido, rendendo un pugno uno strumento perfetto. Ma non è solo perchè sono utli che mi piacciono... Ci vedo dentro qualcosa di sacro, un retaggio del passato. Gli antichi sacerdoti greci indossavano fasce prima di officiare i riti per gli Dei. Quelle bende venivano conservate e difese anche con le armi, se necessario. Era da quelle fasce che quegli uomini sacri prendevano la loro forza spirituale. Su un altare ben più profano celebro il mio, di sacrificio. Comincio così il mio rito pagano, afferro la prima fascia, fisso l’anello alla base del dito medio e inizio a farla girare. Tre giri ben stretti intorno alle nocche, poi scendo gradualmente e inisto sul polso, Tredici giri e la mano è pronta. Altri tredici, e sono pronto ad andare. Le mani si fanno compatte, e le senti appesantirsi, e contemporaneamente le senti come se fossero invicibili. Prendo i guantoni, li metterò solo all’ultimo momento. Mi alzo e cammino veloce fuori dallo spogliatoio. Come al rallentatore spingo lo sguardo fuori dalla porta mentre la apro. La luce del corridoio mi cattura e non penso più a niente. Dal momento stesso in cui sono fuori di qui, è già boxe.
Quattro ore dopo, sdraiato nel mio letto, fisso il soffitto respirando piano. La luce filtra dalle persiane semichiuse, e illumina di strisce tenui tutta la stanza, rendendo il nostro mondo zebrato. Sento caldo sulla spalla, su cui scendono i tuoi riccioli biondi, ma è una splendida sensazione. La tua testa ha trovato un appoggio comodo fra spalla e petto, e senza guardarti posso sentire il tuo corpo muoversi al mio fianco. Sollevi una mano con un gesto lento, e bellissimo, e la porti sul mio naso un po’ ammaccato dall’incontro di stasera. “A lui è andata peggio”, ti dico. Sorrido piano e tu ti giri a guardarmi. Mi baci per impedirmi di dire altre cose fuori luogo. E io sorrido un po’ più forte, perchè è proprio questo che mi piace, di te. Lascio penzolare la mano sinistra fuori dal letto finchè non artiglio la scatola dei sigari e l’accendino. Accendo un mozzicone di Toscano – quella di fumare a letto è una pessima abitudine che ho preso da poco – e soffoco un colpetto di tosse quando la prima boccata di sigaro mi secca la gola come se fossi in pieno deserto. La tua mano mi scorre sul petto e poi inizia a scendere verso l’addome. All’ombelico si ferma e torna su, con un movimento circolare, risalendo dall’altra parte del busto, e ricominciando. Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, tredici volte. Ed è lì che finalmente è tutto chiaro. Non credo troppo nel destino e ho tanta fantasia. Per questo ho capito che tu sei le fasce della mia vita. Come la fascia impedisce al pugno di farsi male e lo rende più forte, tu stai facendo la stessa cosa col mio cuore. Quelle tredici carezze mi hanno fatto capire che si, è proprio così. Chiudo gli occhi e spengo il sigaro in un bicchiere. Sfrigola un po’ a contatto con l’acqua, è il rumore di un istante ma nel silenzio lo si sente bene. Non ti guardo e mi chiedo che rumore farà un cuore che diventa più forte. 09 settembre Manifesti"Le donne sono nel nostro cuore come i manifesti murali. Per nascondere il primo, ne appiccichi un secondo che te lo copre completamente.
Forse, lì per lì, quando la pasta è ancora molle e la carte è ancora umida, attraverso il secondo continui a intravedere vagamente, per trasparenza, le macchie di colore del primo.
Ma poco dopo non ne hai più traccia. Quando poi si stacca il più recente, vengono via insieme tutti e due, lasciando la tua memoria e il tuo cuore nudi come un muro."
(Pitigrilli, "Cocaina")
Alle donne della mia vita, mentre si staccano.
D. 08 settembre Lettera da lontanodi Danilo Cipollini
“Te lo sei mai chiesta, tu, perchè per me leggere è così importante? T’è mai venuto in mente o hai sempre e solo pensato “che bello, il mio uomo ha tanta cultura!” ... e non hai mai capito un cazzo?
Leggere è roba per psicologi. E’ una malattia, una forma d’ossessione. C’è chi si attacca alla bottiglia. Chi si masturba compulsivamente. Chi si fa un buco in vena o una striscia di polvere bianca. Io leggo. Leggo perchè un libro dà senza chiedere. Lascia spazio all’interpretazione, difficilmente fa male. Leggo per scappare un po’ dalla vita, che non mi piace, neanche un po’. L’ho sempre vista troppo complicata, la vita. Eppure tutti mi dicono che la vivo bene. C’è chi mi invidia, addirittura – in vi dia!- la mia vita. Pare sia una merce che va forte. C’è chi farebbe a cambio anche subito, così, su due piedi, contento dell’affare e convinto di averci guadagnato.
Io invece certe volte sto così male. Io la cambierei, la spezzerei, ‘sta vita. Gli cambierei la faccia e il culo. Partirei da me, perchè si comincia sempre dall’inizio. E poi proseguirei. Passo dopo passo, smantellerei ogni mattone che la compone. Lo girerei, lo luciderei, lo accomoderei a colpi di martello, aggiustandolo con la sega, picchettandolo di chiodi nuovi. L’ultimo passo è una mano di colore, per accordarla all’umore e a quel che si muove dentro.
Quando sei arrivata tu, ho esultato. Avevo visto in te la persona che cercavo, quella che m’avrebbe dato una mano a cambiarla, finalmente, la vita. A ridipingerla coi colori miei. La persona che, finalmente, capisce e comprende, supporta e protegge. Prende in mano il martello e accomoda con me le pietre sbèccate. Il punto fermo su cui far ruotare l’universo che mi si espande dentro.
Non sono ancora passati 500 giorni da quando sei qui. E già, sei la prima cosa che cambierei, di questa vita.”.
Non rilegge, piega il foglio in quattro, lo infila nella busta da lettere. Si sfila la sigaretta dalle labbra e la appoggia nel portacenere mezzo pieno, s’inumidisce un dito con la poca saliva rimasta e poi lo strofina sulla colla secca all’interno della busta. Chiude, sigilla, aspetta un secondo. Penna di nuovo in mano, scrive sul dorso bianco e liscio della busta le dodici lettere d’un nome e cognome, poi le ventitre di un indirizzo. Guarda la missiva, soddisfatto.
Poi ci avvicina la sigaretta e aspetta che prenda fuoco, e bruci completamente, lasciandola a morire nel portacenere. 27 agosto Being Ann DeveriàC'è un uomo, in questa locanda, che ha un buffo nome e studia dove finisce il mare. In questi giorni,
mentre ti aspettavo, gli ho raccontato di noi e di come avessi paura del tuo arrivo, e insieme voglia che tu arrivassi. E' un uomo buono,e paziente. Mi sta ad ascoltare E un giorno mi ha detto: "Scrivetegli". Lui dice che scrivere a qualcuno è l'unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto. Tutto quello che ho dentro, l'ho messo in questa lettera. Lui dice, l'uomo col nome buffo, che tu...capirai. Dice che leggerai, poi uscirai sulla spiaggia e camminando sulla riva del mare ripenserai a Tutto, e capirai. Durerà un'ora o un giorno, ma non importa. Ma alla fine, tornerai alla locanda. Lui dice che salirai le scale, aprirai la mia porta e senza dirmi nulla mi prenderai fra le braccia e mi bacerai. Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse davvero. E' un bel modo di perdersi, perdersi uno nelle braccia dell'altra. (A. Baricco, Oceanomare). 19 agosto Quattro StracciE guardo fuori dalla finestra e vedo quel muro solito che tu sai.
Sigaretta o penna nella mia destra, simboli frivoli che non hai amato mai; quello che ho addosso non ti è mai piaciuto, racconto e dico e ti sembro muto, fumare e scrivere ti suona strano, meglio le mani di un artigiano e cancellarmi è tutto quel che fai; Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare e rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai! Non sai che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità, ma maturo o meno io ne ho abbastanza della complessa tua semplicità. Ma poi chi ha detto che tu abbia ragione, coi tuoi "also sprach" di maturazione o è un' illusione pronta per l'uso da eterna vittima di un sopruso, abuso d' un mondo chiuso e fatalità; ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non raccontare a me che cos'è la libertà! La libertà delle tue pozioni, di yoga, di erbe, psiche e di omeopatia, di manuali contro le frustrazioni, le inibizioni che provavi quì a casa mia, la noia data da uno non pratico, che non ha il polso di un matematico, che coi motori non ci sa fare e che non sa neanche guidare, un tipo perso dietro le nuvole e la poesia, ma ora scommetto che vorrai provare quel che con me non volevi fare: fare l' amore, tirare tardi o la fantasia! La fantasia può portare male se non si conosce bene come domarla, ma costa poco, val quel che vale, e nessuno ti può più impedire di adoperarla; io, se Dio vuole, non son tuo padre, non ho nemmeno le palle quadre, tu hai la fantasia delle idee contorte, vai con la mente e le gambe corte, poi avrai sempre il momento giusto per sistemarla: le vie del mondo ti sono aperte, tanto hai le spalle sempre coperte ed avrai sempre le scuse buone per rifiutarla! Per rifiutare sei stata un genio, sprecando il tempo a rifiutare me, ma non c'è un alibi, non c'è un rimedio, se guardo bene no, non c'è un perchè; nata di marzo, nata balzana, casta che sogna d' esser puttana, quando sei dentro vuoi esser fuori cercando sempre i passati amori ed hai annullato tutti fuori che te, Ma io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri, persa a cercar per sempre quello che non c'è, io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri persa a cercar per sempre quello che non c'è, io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri persa a cercar per sempre quello che non c'è... (F. Guccini) 05 luglio Tornare a Philadelfiadi Danilo Cipollini
( A Charles)
L’aereo si trascina ancora un po’ sulla pista, ma adesso va molto lento, quasi a passo d’uomo, quindi s’è attenuato il fruscio dell’aria intorno alle ali e alla carlinga e si sente più distintamente il picchiettare delle gocce di pioggia sulla lamiera. E’ una pioggia non troppo fitta, anzi piuttosto rada, ma di gocce grosse e pesanti. Pensa che sono pesanti come pugni e un po’ sorride. Pioveva a Miami quando è partito. Ha piovuto per quasi tutti i 1200 chilometri , da Miami a Philadelfia, che l’aereo ha percorso, in circa 8 ore.
Sui sedili di un aereo di linea, due uomini. Uno è Jack McKinney, giornalista e scrittore, bianco. L’altro non sa scrivere, non sa leggere, è nero, ed è l’uomo più felice del mondo.
E’ così che lo vedo, Sonny Liston, nella mattina del 27 settembre 1962. Liston era reduce da quelli che possiamo definire, senza dubbi, i due minuti più importanti della sua vita. Due minuti e sei secondi, per l’esattezza, il terzo KO più veloce della storia della boxe in un incontro per il titolo dei pesi massimi. Lo sfortunato co-protagonista è stato Floyd Patterson, campione dei pesi massimi uscente. Anzi, uscito.
Due minuti e sei secondi sono un tempo ridicolo. Eppure, hanno avuto un significato straordinario, storico, mondiale, in almeno tre dimensioni: una dimensione sociale, una dimensione morale, una dimensione privata.
Per capire davvero questa cosa, dobbiamo sforzarci di tornare al 1962, all’America di quegli anni. Ai primi veri problemi razziali. All’aria preparatoria dei sit in di protesta. Ai Martin Luther King, ai Malcom X (che sarebbero arrivati qualche anno dopo, in realtà), al Ku Klux Klan che invece già c’era e ogni tanto linciava un nero, da qualche parte. Nel 1962 una persona di colore è ancora un negro. Non nel termine dispregiativo che gli si attribuisce oggi. Negro e basta, perchè per disprezzare qualcosa devi riconoscerla, e l’America, nel 1962, i negri si sforza di non riconoscerli. Non stanno ancora facendo davvero casino. I negri stessi hanno appena realizzato che vogliono essere riconosciuti.
Se sei negro e sei nell’America del 1962 hai solo due modi per provare a farti riconoscere: integrarti o emarginarti. Scontrarti, la terza via, verrà dopo. Ma quella è un altra storia, e come ogni grande storia ha altri personaggi, primi su tutti Malcom X e Cassius Clay.
Beh, in questo scenario è il caso di presentare gli attori, per capire meglio il dramma : sul ring di Miami, all’angolo destro il campione, Floyd Patterson. Patterson è un pugile, è nero, è Campione del Mondo dei pesi massimi, ed è un integrazionista. Come quasi tutti i pugili ha avuto un’infanzia incredibilmente difficile, ai margini della società, e ne è uscito grazie alla boxe. Sempre educato, mai sopra le righe, rispettoso dei regolamenti e degli avversari, ha sempre parlato bene di tutti. Cattolico osservante, ha comprato casa in un quartiere per bianchi benestanti della sua città e s’è ostinato a provare a viverci per oltre sei mesi, sei mesi di angherie e soprusi sopportati silenziosamente da lui e dalla sua famiglia prima di decidere, a malincuore, di traslocare fuori da quel bel quartiere bianco. Fuori, ma ai limiti. Vicino. Appena fuori, nel primo posto disponibile dove un nero potesse vivere in prossimità di un bianco. Perfettamente in linea con la vita di uno che di se stesso diceva “Non sono un grande campione. Sono solo un campione.”
Nell’angolo opposto, 184 centimetri per 98 chilogrammi di peso, lo sfidante: Charles L. “Sonny “ Liston, uno che ha scelto l’altro modo. S’è emarginato. Liston è nato in una palude vicino Saint Luis, in un giorno non meglio precisato, tanto che la sua età ufficiale verrà stabilita arbitrariamente, e probabilmente era di almeno 4 anni inferiore a quella vera. Ha conosciuto la frusta di suo padre e le piantagioni di cotone a 7 anni e non ha smesso per un bel po. Sulla schiena gigantesca porta ancora i segni di quegli anni. Non sa scrivere, praticamente non sa leggere, è stato in galera un paio di volte per furtarelli minori e l’ultima, nel 1949, per rapina a mano armata. L’arma in questione era la mano stessa, si può dire, un pugno dal diametro di 40 centimetri che aveva quasi ammazzato il titolare d’una pompa di benzina. Liston la boxe l’ha imparata in carcere, e grazie alla boxe è uscito dal carcere dopo un anno anzichè dopo quattro. Ha lavorato come operaio e come sfasciateste mentre combatteva gli incontri da dilettante, poi è stato un brillante pugile professionista, una promessa, e adesso è arrivato a disputarsi il titolo mondiale. E’ noto per essere il puù brutale peso massimo mai esistito. I suoi pugni, chiunque li abbia provati, non se l’è dimenticati mai più.
La boxe in America nel 1962 è quello che in Italia oggi è il calcio: un po’ più di uno sport. E’ una fede, è un grande psicodramma collettivo che fa sudare milioni di persone. E milioni di persone erano dalla parte di Patterson. Praticamente tutti, ogni singolo uomo, bianco o nero che fosse, che si interessava di boxe, sperava che vincesse Patterson. Eccola, la dimensione sociale di quell’incontro. I neri amavano Patterson, perchè lo vedevano come un punto d’arrivo, un negro quasi integrato (e quasi, all’epoca, era già molto). I bianchi sopportavano Patterson ma soprattutto odiavano Liston. Liston era il negro che tormentava i loro sonno, era lo stereotipo dell’uomo cattivo che poteva stuprare tua figlia o rubarti la macchina. Patterson era, decisamente, il male minore. Persino il presidente degli Stati Uniti d’America, un tale di nome John Kennedy, tifava per Patterson. Nella sua idea, però, spariva il concetto di Negro e rimaneva solo Buono o Cattivo. Tifava Patterson perchè era un buon esempio, mentre Liston era un cattivo esempio. Questa era la dimensione morale, il Presidente la incarnava dando voce al pensiero dell’intera Nazione.
E mentre Patterson veniva deformato dai colpi devastanti di Liston, in quei due minuti e sei secondi, tutti quei milioni di persone soffrivano insieme al Negro Buono che veniva malmenato dal Negro Cattivo. Erano tutti troppo concentrati a osservare lo spettacolo triste dei loro sogni che andavano in frantumi per accorgersi che su quel ring, in quel preciso momento, stava accadendo un miracolo. Un’autentica illuminazione prematura, un Battesimo, una Rinascita. Sonny Liston, l’Emarginato, in quel preciso momento vedeva, nei suoi pugni, una possibilità per essere diverso. Per non essere più emarginato. Una svolta nella sua dimensione privata.
Scese dal ring e iniziò a parlare bene di Patterson. A difenderlo come pugile e come uomo. Disse di essergli grato per l’opportunità che aveva avuto di combattere con lui e per le belle parole che gli aveva rivolto, di voler essere il Campione della gente. Disse di voler essere un cittadino modello, di poter essere un esempio per i ragazzi che volevano avvicinarsi al suo sport. Ma più di tutti, Liston dentro di se sognava di sentirsi, finalmente, amato. Ora che aveva dimostrato di essere il più forte, credeva che la gente potesse iniziare a trovarlo, almeno un po’,anche simpatico. E s’immaginava la scena del suo arrivo a Philadelfia - era il primo campione dei pesi massimi che mai avesse vissuto in quella città- la gente che lo acclamava all’aereoporto, le Cadillac in fila ad attenderlo per un corteo trionfale, in mezzo alla gente, sul le rive del fiume Delaware che divide la città in due, e poi veloci a bere, in qualche sala, in qualche night, a bere con gli amici e con la gente che lo vede e lo riconosce e lui saluta, stringe mani, abbraccia bambini, racconta quei suoi due minuti e sei secondi, così come li ha visti solo lui, il Campione... Liston vedeva crescere davanti a se l’antitesi della sua vita precedente. Sentiva d’essersi fatto strada a forza di pugni, di essere uscito dalla fogna in cui era nato e finalmente vedeva il cielo, lì, a portata di mano, a poche ore di volo da dove si trovava.
Così quando l’aereo smise di rollare e si fermò, Liston si alzò con un gesto lento e misurato. Non voleva tradire l’emozione immensa, non voleva sfigurare davanti al suo pubblico. Si sforzò di non guardare fuori, di non cercare di decifrare quanta gente lo aspettasse sbirciando attraverso i vetri bagnati di pioggia. Raccolse dalla cappelliera sopra il suo posto un vistoso cappello a tesa larga, con una piuma rossa , che aveva comprato a Miami apposta per l’occasione. Alle sue spalle Jack McKinney lo seguiva, con un velo di tristezza negli occhi, come fosse stancheza, come fosse mancanza di sonno.
Attese che la porta s’aprisse e che qualche passeggero scendesse prima di lui, poi si fece forza, e Charles “Sonny” Liston, l’uomo più forte del mondo, il Campione, gonfiò le spalle già grosse come cocomeri e fece il passo che lo separava dalla scaletta. E rimase di ghiaccio. Sulla pista bagnata fradicia, qualche inserviente dell’aereoporto sbrigava le normali operazioni aeroportuali. In lontananza s’intravedevano un paio di persone che attendevano gli altri passeggeri del volo, e che si allontanarono in fretta appena i loro cari li raggiunsero. La pioggia prese presto a infradiciargli il cappello e il gessato. Rimase ancora qualche secondo fermo, immobile, poi deglutì vistosamente, chiuse appena gli occhi e mormoro fra se “Oh.... Beh.”. E stringendosi nelle spalle si avviò verso casa.
Sonny Liston non cambiò vita. Continuò a avere guai con la legge, a ubriacarsi, a frequentare prostitute all’insaputa di sua moglie Geraldine, l’unica donna a averlo mai definito “Un uomo buono, premuroso e protettivo”. Continuò a gicoare d’azzardo e a guidare ubriaco. Continuò a essere il negro cattivo e l’emarginato, anche se nella sua vita guadagnò milioni di dollari, la storia non cambiò mai: fu sempre un emarginato anche quando in giardino aveva parcheggiate due cadillac.
Morì giovane e solo, dopo aver venduto due incontri per il titolo contro Alì, in circostanze misteriose e mai chiarite. Morì a denti stretti, come se gli fosse rimasta strozzata in gola la parola “Bastardi”.
Non tocca a nessuno di noi giudicare la vita di un altro uomo. Quindi, non so se è giusto parlare di “colpe”. Ma, se proprio è di colpe che vogliamo parlare, non me la sento di dire che la colpa fu tutta sua.
La colpa è sicuramente delle sue origini, di un padre ignorante, della povertà, della mancanza d’istruzione. Ma, sopra ogni altra cosa, la colpa è di Philadelfia. In quel momento la gente, ogni singola persona, aveva il potere di cambiare la vita di quell’uomo. Magari sarebbe bastato che all’aereoporto fosse andata una famiglia, magari che ci fosse stato un bambino a stringergli con le manine quella grossa mano nodosa, e la vita di Liston sarebbe cambiata. L’indifferenza e la diffidenza di quella gente, dei Bianchi ostili per paura dei Neri e dei Neri latitanti per paura di quel che i Bianchi ne potessero pensare, condannò quell’uomo a essere solo per sempre.
Ognuno di noi ha la sua Philadelfia. Può essere una donna, un amico, l’affetto di un cane, o tornare a casa una sera e trovare una festa a sorpresa, o tua madre che ha cucinato il tuo piatto preferito. C’è una Philadelfia ogni giorno, ogni giorno da qualche parte si nasconde la possibilità di cambiare. Di salvarci, di dire addio al Sonny Liston che riposa in noi e prenderci la nostra piccola, quotidiana, rivincita sulla vita.
Fuori il sole di Luglio brucia tutto e infiamma l’aria. Se guardi i tetti delle case, il riverbero delle antenne e dei lucernai ti acceca un po’. Preparo il sigaro che sto per accendere e mi domando chi è la mia Philadelfia. Per chi sono stato Philadelfia io. Per chi magari lo sarò. Mi domando quand’è che sono andato all’aereoporto, e quando invece me ne son fregato.
E tutto a un tratto mi sento Sonny Liston, grosso e goffo, un elefante in una cristalleria. Sento sulle mie spalle il peso di una giornata che è appena a metà, e già vorrei fosse finita. Con me, oggi, Philadelfia non è stata clemente. Pioggia calda e delusione, compagne nell’attesa del prossimo eterno round. 21 giugno CASTELLI DI RABBIA"Addio, amore mio. Non pensarmi mai, se non ridendo".
(A. Baricco, "Castelli di Rabbia"). 14 giugno Per F.Ho tanti pregi quanti difetti Mi mancheranno le virtù Ma un fratello maggiore Non ha sempre ragione Solo qualche anno in più E so darti il tormento su tutto È chiaro dovrei finirla Ma per tua disgrazia non ho figli E da lasciarti ho i consigli di un pirla Se ti dicono di alzarti tu siedi E quando siedono tu alzati in piedi Non aver fede solo in quello che vedi Insegui i sogni fino a quando li credi veri Ed a un certo punto saranno tutti amici tuoi Diranno di amarti per quello che sei Vorranno solo privarti di un pezzo di quello che hai Ma, ci sarà sempre la mamma Che ha gli occhi più giovani di noi Con lei sono giorni preziosi Stalle vicino più tempo che puoi Non importa se modelle o commesse Certe donne si faranno gioco di te Trattale tutte da principesse e sarai un re Se ti dicono di alzarti tu siedi E quando siedono tu alzati in piedi Non aver fede solo in quello che vedi Insegui i sogni fino a quando ci credi T’insulteranno a gran voce e tu ridi Ti chiuderanno la bocca e tu scrivi Se ti picchieranno e t’imporranno divieti Tu fatti beffa dei tuoi padroni E canta i loro segreti Hai la mia determinazione a compiere ogni errore Prima di imparare Solo A volte non vale Il prezzo da pagare E come quando giocavi in cortile È mio dovere evitare che tu ti faccia del male O almeno tentare Farai di testa tua Seguirai la tua idea Fatti un bel giro di boa Anche se ce al bandiera dell’alta marea È un vizio di famiglia Come questi consigli di un pirla Se ti dicono di alzarti tu siedi E quando siedono tu alzati in piedi Non aver fede solo in quello che vedi Insegui i sogni che credi fino al giorno che li rendi veri A un certo punto finita la festa Vedrai tutti andar via Ti accorgerai che quel poco che resta ti basta Ed ecco, quella sarà casa tua t’insulteranno a gran voce E tu ridi ti chiuderanno la bocca e tu scrivi Se ti picchieranno e ti imporranno divieti Tu fatti beffa dei tuoi padroni E canta i loro segreti 11 maggio Dai Diamanti non nasce niente.
Io non ho bisogno di denaro.
dà colori nuovi. 02 maggio FebbreE' solo febbre,
non si lamenta.
Bambino genio qualcosa inventa.
Noi l'ameremo finchè cadrà
per ciò Dio voglia ci piacerà
Ci piacerà
Ci piacerà...
Cambiare stile falciando teste.
Cambiare amore, Cambiare veste. Tradire tutti, per non star solo... qualsiasi cosa, se piacerà.
Se piacerà,
se piacerà...
Ricordo ancora come eri bella come era bello come ero anch'io... Mediocri in salvo di tutto il mondo ovunque siate... EGO VI ASSOLVO.
(Afterhours, "E' solo Febbre")
11 aprile Frèngo e stop"...vuoi frantumare l'Io di Taffarel davanti al peso dell'Impossibile??"
(Frengo a Di Biagio, Mai dire Gol, 14.02.94)
...grazie...
08 aprile Lettera a G."Quando hai solo diciott'anni
quante cose che non sai...
Quando hai solo diciott'anni, forse invece sai già tutto...
Non dovresti crescer mai. Se ti scrivo solo adesso è che sono io così.
E' che arrivo spesso tardi, quando sono già ricordi che hanno preso casa qui . Non è vero ciò che ho detto: qua c'è tutto a dire che ci sei. Fai buon viaggio e poi...
Poi riposa, se puoi."
(Luciano Ligabue, "Lettera a G.")
...a G.
01 marzo Ode all'Amarezzadi Danilo Cipollini
...all'amarezza, che ha un nome e un volto.
Vado a letto sempre tardi, anche quando non vorrei. Sempre più tardi, per l’esattezza. Prima, per addormentarmi, leggevo qualche riga. Poi ho scoperto che non mi conveniva, perchè il libro mi rapiva, e le ore si allungavano, anzichè accorciarsi. Allora ho studiato un modo nuovo... non è che proprio mi concilii il sonno, no, ma è un modo diverso per sfinirmi e farmi spegnere il cervello. L’altro, ho scoperto, è fare l’amore. Ma non è tempo d’amore, questo. Così ogni notte mi stendo nel mio letto. Spengo la luce sul comodino, mi tiro le coperte fin sopra la testa. E costruisco.
Si, io costruisco. Edifico, pian piano. Il soggetto è quasi sempre lo stesso... Nel buio, nel tepore, inizio a mettere in fila i mattoni della mia casetta in riva al mare. E’ la cosa più privata che ho. La custodisco gelosemente, perchè un po’ me ne vergogno.
Sarà che è un desiderio un po’ retro’, un po’ sessantenne, un po’ Italia anni ‘50.
Da un giovane uomo che ha da poco superato i vent’anni, una cosa del genere non se l’aspetta nessuno. C’è di che scandalizzarsi. Niente fama, niente gloria. Niente vizi. Niente lussuria, nè gola. Lasciato solo coi miei desideri, tutto quel che mi viene da fare è costruirmi una casa in riva al mare.
E io la vedo, e costruisco. Impilo file e file di mattoni. Intonaco, coloro, scelgo tegole, porte, finestre.
Non è che sia sempre tutto uguale.. cambia. Cambiano i colori, una volta qua c’è una finestra una volta no..la casa non è sempre la stessa. Qualche differenza c’è sempre. Però più o meno si somigliano tutte, le mie case in riva al mare.
Mi sento l’esatta metà fra un muratore e un direttore d’orchestra, con la camicia rimboccata sui bicipiti, che costruisco solo muovendo le mani con decisione, neanche stessi dirigendo la Turandot.
Ed è fantastico che io non sia sporco di cemento, è magnifico che il tutto vada a una velocità supersonica e che in men che non si dica la casa sia finita. E che subito inizi a invecchiare.
Mi fermo solo un attimo appena sento di aver compiuto il lavoro, mi scrollo via due ipotetiche gocce di sudore dalla fronte, e approfitto della pausa per far sbocciare, piano piano, l’ambiente tutto intorno.
Il pino marittimo grande accanto al muro di cinta. La siepe di girasoli piantati in un angolo (qualche volta li vedo belli freschi, qualche volta invece bruciati dal sole). La panchina scura, in ferro battuto, o in legno, più raramente. Quasi sempre appoggiato alla panchina c’è un paniere in vimini, di quelli piccoli, col coperchio. Puzza un po’ di pesce, come se fosse stato lavato e messo lì ad asciugare dopo aver custodito i frutti d’una qualche battuta di pesca. Ogni tanto il panierino ronza del rumore di una vespa che gli gira intorno. Ogni tanto c’è una qualche lucertola che striscia sul muro assolato per scaldarsi la pancia. Ogni tanto non ci sono i girasoli, e al loro posto c’è un cavalluccio di legno tutto mangiato dalla salsedine, che tanto tempo prima dev’essere stato usato da un bambino. O forse due.
Ogni tanto ci sei tu, e questo è un male.
Perchè, quando ci sei, il sonno che sentivo arrivare se ne va del tutto.
T’ho fatto venir fuori, qualche volta, dalla grande porta-finestra che dalla cucina si affaccia al grande patio col pavimento di cotto rosso. E’ capitato spesso che avessi in mano un piatto con sopra pane e pomodori. Una volta ne ho sentito anche il profumo, l’odore speziato di origano e cipolle. E una volta ricordo che invece avevi in mano una rivista. Un’altra ancora stropicciavi un fazzoletto che visto da lontano mi sapeva di umido e salato. Quel giorno per la prima volta m’è sembrato che piangessi. Mai però t’ho visto con gli occhi allegri. Così dopo un po’ ho smesso di guardarli e ti guardavo i piedi, e li vedevo sempre scalzi, un po’ cotti dal sole. Quando ho provato a sbirciarti il viso, non ci ho mai visto un sorriso, e lì ho capito.
Quella casa... credo sia mia. Voglio dire, non ne sono sicuro... ma ogni notte, vedi, io la costruisco. Quindi in qualche modo mi appartiene, è la mia casa. E’ una cosa stupida, stabilire la proprietà di un sogno, ma mi fa stare bene, mi fa sentire protetto.
Credo anche che quella casa non sia solo mia. Me lo suggeriscono il cavalluccio di legno, qualche paio di scarpe troppo piccole per i miei piedi appoggiate sul davanzale, e i girasoli che sono curati così bene che le mie mani non ci sarebbero riuscite mai, nemmeno in un sogno.
No, quella cosa non è solo mia.
Quella casa non è tua, perchè tu non ridi.
E io non dormo. 14 febbraio ErasmoOsservate con quanta previdenza la natura,
madre del genere umano,
ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia.
Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe.
Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati, godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della Follia. Il Cuore, ha sempre Ragione. "Elogio alla Follia" - Erasmo da Totterdam 07 febbraio Nightswimmin'"Le donne sono come le piscine:
i costi di gestione sono decisamente troppo alti
rispetto al tempo che passiamo dentro di esse" 22 gennaio La realtà supera AMPIAMENTE la fantasia |
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