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E' la fine la piu' importantePer imparare i colpi non ci vuole molto. Per imparare a combattere, non basta una vita. 28 febbraio Gli Uomini visti dal basso (live from PopPorn)
GLI UOMINI VISTI DAL BASSO di Danilo Cipollini
Gli uomini visti dal basso sono tutta una questione di maschere.
Me ne rendo conto stasera, 22 febbraio, mentre inginocchiata e nuda tengo in mano i diciotto centimetri scarsi di un uomo conosciuto poche ore fa.. Alzo i miei occhi puntati dritti davanti a me, alla pelliccia del suo pube, e cerco i suoi. Li intravedo appena, però, nel buio quasi totale di questo salone che indovino arancione grazie al bagliore che proviene da fuori, dal lampione sulla strada.
Se guardo su, il suo viso si disfa nell’ombra, i tratti appena accennati sembrano coperti da una spessa maschera di buio. Niente male, quasi eccitante. Potrei mettermi a fantasticare altri visi ed altri corpi, ma avverto nel pene che ho in mano una certa impazienza e mi dico che forse non è il caso.
Quindi, iniziamo.
Al primo tocco delle labbra su di lui, sento nettamente il tremito dei muscoli della sua schiena che si rilassano, tutti insieme. E’ incredibile, quanto imponente, quanto grande possa sembrare un uomo visto dal basso. Il suo metro e settantotto d’altezza mi sovrasta di una spanna anche quando siamo in piedi, ma visto da qui, mentre sono inginocchiata, con le ginocchia un po’ doloranti, la fica che diventa sempre più umida, sembra gigantesco.
Eppure,sono io che comando il gioco. Mi basta smettere di succhiare e lo vedrò sgretolarsi e i suoi occhi pieni di buio elemosinare ancora E ancora E ancora un contatto fra di noi.
E non sarò certo io a negarglielo, quindi allargo ancora le labbra e lascio la punta di lui a scivolarmi sul palato, mi fermo un attimo prima che diventi troppo e mi chiuda la gola, la mia mano tiene forte la base del pene e la scuote appena, ogni tanto scivola verso il basso e gli massaggia, piano, i testicoli. Sento le mani di lui salire dalle mie spalle e spostarmi i capelli, non con la voyeristica mania di tanti uomini che vogliono guardarti in faccia mentre, priva di ogni effettiva gratificazione fisica, ti affanni per dar loro tanto piacere... no... Il mio uomo mascherato di buio lo fa con dolcezza, come se davvero ci tenesse, per evitare che mi coprano il viso o mi diano fastidio, per non causarmi ulteriori disagi... Non me lo sarei aspettato, visto l’egoismo con cui mi ha presa e spogliata, in piedi, appena davanti all’ingresso di casa sua. E’ un gesto dolce che mi fotte, non il suo pisello. Questa gentilezza, la tenerezza che nel buio intravedo nei suoi occhi, mi eccita più del suo cazzo. E con la mano libera scorro fra le mie gambe, e inizio a toccarmi. Mi sento stupida e mi viene da arrossire, improvvisamente mi sento vulnerabile, sento un calore forte al viso e immagino la mia faccia diventare rossa, e lui che la guarda. Mi sorprendo a sperare che il buio stenda su di me la stessa maschera indulgente che poco fa ho visto su di lui...
Ma non faccio in tempo a finire il pensiero.
Un gemito, il suo pene che esce dalla mia bocca, un fiotto caldo sul viso. Qualcosa di caldo e viscoso cola giù dalla fronte, si divide sul naso, circonda gli occhi, inonda gli zigomi. Alla mia maschera ci ha pensato lui.
Posso arrossire in pace, ora. 27 dicembre Canto di NataleAbusatissima di questi tempi, ma sempre attuale.
Ore piccole e i Modena City Ramblers nella testa.
La canzone parla da se, è bella al naturale.
Buon Natale a tutti.
Signora dei vicoli scuri dal vecchio cappotto sciupato
Asciugati gli occhi e sorridi c' un altro Natale alle porte. Non senti le grida e le voci e qualcosa di strano nell'aria? Anche i muri ingrigiti dei vicoli splendono sotto la luna.,, Ti ricordi? c'incontrammo in un giorno di neve e di freddo E la sera ci facemmo un bicchiere di scura ed un giro di walzer Con tanti saluti ad un altro Natale... Signora dei vicoli scuri. abbracciami forte stasera: Anche i gatti festeggiano a volte e cantano sotto le stelle... Dimentica il freddo, le lacrime, e le scarpe coperte di fango E il destino di un vecchio ubriacone cullato dal canto del vento. Ti ricordi? C'incontrammo in un giorno di neve e di freddo E stasera ci faremo un bicchiere di scura ed un giro di walzer Con tanti saluti ad un altro Natale. Signora dei vicoli scuri.... NON MOLLARE LA LOTTA! Verranno momenti migliori, il tempo una ruota che gira.... Vedremo le rive del mare in un giorno assolato d'estate Scoleremo cinquanta bottiglie, al riparo di un cielo lontano. Ti ricordi? C'incontrammo in un giorno di neve e di freddo. E stasera ce ne andremo a ballare per strade e a brindare un saluto E un cordiale"Fanculo!" vad un altro Natale.... (Modena City Ramblers, "Canto di Natale")
26 settembre Everything that dies, someday comes back."...Però adesso ti prego
torniamo a Milano
lo so, ti sembra
una città distrutta dalla guerra
e ricostruita da cani nel dopoguerra
ma veniamoci incontro, lasciamo questa terra
feconda di monumenti
domani ti porto
a vedere la notte dei Morti Viventi."
(Dario Villa, "Harder With Johanna" ) 18 settembre Ho visto Stella cadere.
Ho visto Stella cadere. di Danilo Cipollini ...save me..
Se ci fosse un interruttore che ti spegne, giuro, lo userei. Bastasse premere un bottone per dimenticare e ricominciare da capo, non ci penserei un secondo. Non c'è metodo per sollevare ciò che muore, è vero, ma ho scoperto che anche uccidere ciò che ancora vive è tutto fuorché facile. In tutto questo, nonostante tutto questo, tu mi chiedi di aspettare.
Sono seduto a Corso Buenos Aires, nella tua Milano, davanti a me passa una modella che fuma elegantemente una sigaretta e, svogliata, occhieggia le vetrine. Andrea G. Pinketts, nei suoi libri, ne ha descritte tante delle modelle di Corso Buenos Aires, ma tutte mute. Tutte oggetti, Veneri di nicotina e fard, abili per lo più al piacere dell'uomo o da tenere buone per l'alcolismo. Io oggi vorrei dar loro la possibilità d'un riscatto, farle finalmente parlare, Cristo, che qualcosa avranno pure da dire. Così prendo Ingrid (questo è il nome che le ho dato) e di lei, più che il culo nudo, immaginerò la mente. Torniamo allora dalla nostra Ingrid, che cammina elegante ma non troppo, sui tacchi aguzzi come pugnali, le gambe lunghe dalla pelle chiara che filano, strette, sul marciapiede coperto di mozziconi, il vestito nero che svolazza poco intorno alle ginocchia nude. Un tacco si impunta e l'andatura quasi elegante si scompagina un secondo, Ingrid piega sulla destra, sembra quasi che cada, magnifica quercia tradita da un minuscolo taglialegna, ma si riprende, tiene duro spingendo sui lombi allenati e nello spazio di due metri riprende postura e eleganza. Unico segno tangibile della quasi-caduta, fra le sue dita è scomparsa la sigaretta, che ora rotola sul selciato lasciandosi dietro piccole colonne di fumo. Sibila “Merda”, con un forte accento del nord Europa (Norvegia, Danimarca forse, ma più probabilmente Svezia), riavvia con la mano il fatale caschetto di capelli rossi e fulmina in basso con lo sguardo la traditrice di carta e tabacco che lentamente muore a terra, nell'indifferenza generale. Lentamente muore anche Ingrid, muore dentro da un mese, da quando Stella non c’è più. Stella che le illuminava il cuore, Stella modella, anche lei, che vive a Roma in una casa dalla quale, certi giorni, si sente l’odore del mare. Stella sorella, stesse esperienze, stessa sorte, stessi timori, stessi incubi di plastica. Stella gemella, quasi, per quanto forte, e bello, era il loro amore. Stella che era così diversa da lei, così razionale, così calcolata, Stella che amava in piccole cose e rifiutava i gesti teatrali. Stella che un giorno ha detto “Qui non c’è più nulla che possa darti. Vorrei che non ci vedessimo più.” ed è partita, sparita, Stella che è caduta, confus, dice, e dice che ora no, ora si deve ricostruire, ora non si può più. Ingrid alza gli occhi e mi guarda. Non guarda verso me, guarda Me. Non servono parole perchè viviamo nello stesso dolore, un mondo a parte in cui tutti gli altri ci sono ma sono ovattati, lontani. Si avvicina con lo sguardo più vero che mi riesce di immaginarle in faccia e accendendo un’altra sigaretta mi dice solo “ Ho visto Stella cadere”. Poi si siede accanto a me sulla panchina di legno e per un po’ stiamo zitti. Sigaretta lei, sigaro Toscano io. Zitti, che a parlare ci pensa già Milano. Passano un paio di minuti quando si volta e mi fa “Piacere, Ingrid”. Non le regalo il mio nome ma tiro un’altra boccata e le chiedo “Ha fatto male?”, come se non conoscessi già la risposta. “Lo sai che fa male”. “Già, ne ho una vaga idea”. Sorrido. “Io ho idea che tu sei qui per lei”, mi fa. “No..cioè si... cioè Ingrid non lo so, davvero. E’..assurdo, è incredibile come la confusione di un altra persona... poi può diventare la tua.”. Segue silenzio imbarazzato e amaro che ci lascia il tempo per fumare il fumabile. Quando la punta del Toscano è così corta che il calore mi brucia le labbra a ogni tiro, lo butto. Devo essere proprio conciato male se una bella donna in crisi d’amore mi abborda per conforto e non per un amplesso di un paio d’ore.
E all’unisono, all’improvviso, gli occhi fissi sull’asfalto, diciamo “Se ci fosse un interruttore...”. E ci fermiamo, sorridendo per quel pensiero diviso a metà, le faccio segno di continuare lei, anche se questa frase la conosco già. Spegne lentamente il sorriso e dopo un istante “Se ci fosse un interruttore”, ripete, “per spegnere i pensieri, lo avrei premuto un mese fa.”. Stràli di fritto vengono scoccati dal Mc Donald’s qui davanti, ora che il sigaro non mi protegge più con la sua cortina densa di fumo arrivano tutti a segno. Ingrid mi chiede l’età e quando gliela dico scuote la testa e non ci crede. Mi sfida alla prova e le passo la carta d’identità per difendere quel che ho detto, manco fosse un carabiniere. E in effetti è furba, troppo furba per essere un carabiniere, perchè con questa mossa ha scoperto non solo l’età ma anche il mio nome. “Sembri più grande, Danilo... Sei invecchiato in fretta”. Colpa della boxe e di una donna, dico io. “Ognuno ha la sua Stella da guardare cadere”, rincaro la dose. Stringe i pugni e si alza di scatto, fa per andarsene, si volta dopo un paio dei suoi lunghi passi eleganti e mi dice “L’assurdo è che dopo averla vista cadere, l’unico desiderio che riusciamo a esprimere è che torni presto al proprio posto”.
Poi si volta e se ne va, lasciando scivolare dalla borsa quello che sembra un biglietto da visita, guardandolo mentre plana quel tanto che basta a farmi capire che è un caso. Si allontana a passi veloci. Splendida.
Guardo il biglietto dalla panchina e non lo raccolgo. Vado via, accendendo un altro Toscano.
Dopo aver visto cadere una Stella, chi guarderebbe cadere un biglietto? 11 settembre PugniPUGNI
di Danilo Cipollini
...a B. e alla vita.
Spogliatoio non è solo un sostantivo singolare maschile. E’ un sostantivo singolare maschio. E’ come Rasoio, oppure Coltello, che ne so. Giornale, o Teatro, non fanno lo stesso effetto. Quelli sono solo sostantivi maschili, semplici, pura distinzione di Genere. Spogliatoio, invece... Spogliatoio è Uomo, non solo Maschio, porta con se’ immediati ricordi di odore aspro di sudore, e candeggina, e dopobarba da due soldi. Porta idee di muri e macchie gialle, di orinatoi, di asciugamani umidi.
Sauna, invece... beh Sauna è femminile e femmina. Calda, umida e avvolgente...più Femmina d’una sauna non c’è davvero niente. Dalla sauna sfilo un asciugamano che ci ho lasciato dentro qualche minuto e caldo e bagnato me lo appoggio sul collo per rilassare i muscoli. Poi mi siedo sulla panca di legno, i gomiti poggiati sulle ginocchia, lo sguardo fisso verso il pavimento bianco chiazzato, e resto in silenzio in questo spogliatoio mascolino e asettico a lasciare che il sudore mi scorra addosso. Sento le gocce scivolare dalle tempie e scorrere verso il naso, rigare gli zigomi, fermarsi a giocare qualche secondo sulla punta del naso e poi cadere a terra. Nel silenzio che c’è, ogni goccia che cade sembra un’esplosione.
Mi concedo un quarto d’ora di tranquillità ogni volta che devo salire sul ring. Non che siano grandi incontri, i miei... non sono un pugile professionista. Sono poco più che allenamenti con qualche amico. I pugni, però, sono sempre veri. In uno sport come la boxe il concetto di allenamento ha una valenza relativa... quando giochi su un terreno le cui regole sono distruggere l’essere umano che c’è davanti a noi, non c’è modo di edulcorare la realtà. Non puoi chiedere a un pugno di non stenderti, o di non farti male. L’orologio segna le 22, è ora di andare di là. Stendo la mano lentamente alla mia destra e afferro le fasce per prepararmi a salire sul ring.
Di tutti gli strumenti che la boxe ti costringe a frequentare, le fasce sono senza dubbio le mie preferite. Due metri e mezzo di poliestere e cotone, con un anello di stoffa da un lato e un cinturino di velcro dall’altro. La fascia rende un pugno duro come un sasso. Protegge la mano, stringendo le nocche per evitare che si allarghino e indurendo il polso, evitando che si pieghi e subisca sforzi inopportuni e traumi conseguenti.. Al tempo stesso, comprime e stringe ossa e carne in un unico cono rigido, rendendo un pugno uno strumento perfetto. Ma non è solo perchè sono utli che mi piacciono... Ci vedo dentro qualcosa di sacro, un retaggio del passato. Gli antichi sacerdoti greci indossavano fasce prima di officiare i riti per gli Dei. Quelle bende venivano conservate e difese anche con le armi, se necessario. Era da quelle fasce che quegli uomini sacri prendevano la loro forza spirituale. Su un altare ben più profano celebro il mio, di sacrificio. Comincio così il mio rito pagano, afferro la prima fascia, fisso l’anello alla base del dito medio e inizio a farla girare. Tre giri ben stretti intorno alle nocche, poi scendo gradualmente e inisto sul polso, Tredici giri e la mano è pronta. Altri tredici, e sono pronto ad andare. Le mani si fanno compatte, e le senti appesantirsi, e contemporaneamente le senti come se fossero invicibili. Prendo i guantoni, li metterò solo all’ultimo momento. Mi alzo e cammino veloce fuori dallo spogliatoio. Come al rallentatore spingo lo sguardo fuori dalla porta mentre la apro. La luce del corridoio mi cattura e non penso più a niente. Dal momento stesso in cui sono fuori di qui, è già boxe.
Quattro ore dopo, sdraiato nel mio letto, fisso il soffitto respirando piano. La luce filtra dalle persiane semichiuse, e illumina di strisce tenui tutta la stanza, rendendo il nostro mondo zebrato. Sento caldo sulla spalla, su cui scendono i tuoi riccioli biondi, ma è una splendida sensazione. La tua testa ha trovato un appoggio comodo fra spalla e petto, e senza guardarti posso sentire il tuo corpo muoversi al mio fianco. Sollevi una mano con un gesto lento, e bellissimo, e la porti sul mio naso un po’ ammaccato dall’incontro di stasera. “A lui è andata peggio”, ti dico. Sorrido piano e tu ti giri a guardarmi. Mi baci per impedirmi di dire altre cose fuori luogo. E io sorrido un po’ più forte, perchè è proprio questo che mi piace, di te. Lascio penzolare la mano sinistra fuori dal letto finchè non artiglio la scatola dei sigari e l’accendino. Accendo un mozzicone di Toscano – quella di fumare a letto è una pessima abitudine che ho preso da poco – e soffoco un colpetto di tosse quando la prima boccata di sigaro mi secca la gola come se fossi in pieno deserto. La tua mano mi scorre sul petto e poi inizia a scendere verso l’addome. All’ombelico si ferma e torna su, con un movimento circolare, risalendo dall’altra parte del busto, e ricominciando. Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, tredici volte. Ed è lì che finalmente è tutto chiaro. Non credo troppo nel destino e ho tanta fantasia. Per questo ho capito che tu sei le fasce della mia vita. Come la fascia impedisce al pugno di farsi male e lo rende più forte, tu stai facendo la stessa cosa col mio cuore. Quelle tredici carezze mi hanno fatto capire che si, è proprio così. Chiudo gli occhi e spengo il sigaro in un bicchiere. Sfrigola un po’ a contatto con l’acqua, è il rumore di un istante ma nel silenzio lo si sente bene. Non ti guardo e mi chiedo che rumore farà un cuore che diventa più forte. |
Memorandum dei libri letti dal 1.01.07 al 1.01.08
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